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Рассказ «Кросс на снегу» (Monti sotto la neve) на итальянском языке – читать онлайн

Рассказ «Кросс на снегу» (Monti sotto la neve) на итальянском языке – читать онлайн, автор – Эрнест Хемингуэй. Остальные рассказы, которые написал Эрнест Хемингуэй, а также много другой литературы различных жанров можно читать онлайн в разделе «Книги на итальянском».

Тем, кто самостоятельно изучает итальянский язык по фильмам и видеоурокам, будет интересен раздел «Фильмы и видеоуроки на итальянском языке».

Для тех, кто хочет учить итальянский язык с преподавателем, подробная информация есть на странице «Итальянский по скайпу».

 

Теперь возвращаемся к рассказу «Кросс на снегу» (Monti sotto la neve) на итальянском языке, автор – Эрнест Хемингуэй.

 

Capitolo XII

 

Se era vicino, proprio davanti a te, vedevi Villalta rivolgersi al toro ringhiando e maledirlo, e quando il toro caricava ruotare il busto all'indietro restando ben piantato nell'arena come una quercia investita dal vento, le gambe unite, la muleta trascinata sulla sabbia e la spada che ne seguiva la curva. Poi Villalta malediva il toro, gli agitava la muleta sotto il muso, e ruotava il busto all'indietro per sfuggire alla sua carica, fermo sulle gambe e con la muleta che descriveva la sua curva, e a ogni movimento dalla folla partiva un boato.

Quando decise di ucciderlo accadde tutto di seguito, in un lampo.

Il toro che lo guardava, pieno d'odio, proprio davanti a lui. Lui estrasse la spada dalle pieghe della muleta e prese la mira con lo stesso movimento e gridò al toro: Toro! Toro! e il toro caricò e Villalta caricò e per un attimo furono una cosa sola. Villalta e il toro furono una cosa sola, e poi era tutto finito. Villalta dritto in piedi e l'elsa rossa della spada che sporgeva ottusamente dalla gobba del toro. Villalta, con la mano alzata per salutare la folla, e il toro che vomitava sangue tra i muggiti, guardando fisso il torero mentre gli si piegavano le zampe.

 

Monti sotto la neve

 

Il vagone della funicolare diede un'ultima sgroppata e si fermò.

Non poteva proseguire, la neve formava un banco compatto sul binario.

Il vento che spazzava il fianco esposto della montagna ne aveva indurito la superficie in una crosta liscia e ben tornita. Nick, che stava dando la sciolina agli sci nel bagagliaio, ficcò gli scarponi nelle staffe di metallo e chiuse il tenditore anteriore. Saltò lateralmente dal vagone sulla neve dura e ghiacciata, fece una curva con gli sci uniti e, flettendo le ginocchia e tirandosi dietro le racchette, si lasciò scivolare giù per il pendio a gran velocità.

Sul bianco sottostante George saliva e scendeva, saliva e scendeva fino a scomparire. La corsa e il tuffo improvviso da una ripida ondulazione del terreno diedero animo a Nick e gli lasciarono in corpo solo quella meravigliosa sensazione di volare, di cadere.

Affrontò una salitella, e poi la neve parve sfuggirgli da sotto i piedi mentre andava giù, giù, sempre più in fretta, in una corsa precipitosa sull'ultimo, lungo, ripido pendio. Tanto acquattato da esser quasi seduto sugli sci, nel tentativo di abbassare il centro di gravità, con la neve che si alzava come una tempesta di sabbia, Nick sapeva che l'andatura era troppo veloce. Ma non la ridusse. Non voleva mollare e rovesciarsi. Poi un tratto di neve soffice, lasciato dal vento in una cunetta, lo fece capitombolare, e Nick cadde rotolando nel clangore degli sci, sentendosi come un coniglio abbattuto, poi si piantò, con le gambe incrociate, gli sci puntati verso il cielo e il muso e le orecchie piene di neve.

George era fermo un po' più in basso sul pendio, e con grandi manate si stava togliendo la neve dalla giacca a vento.

- Sei venuto giù benissimo, Mike, - gridò a Nick. -Quella neve schifosa. Ha messo nel sacco anche me.

- Com'è dopo la cunetta? Nick voltò gli sci mentre stava disteso sulla schiena e si alzò in piedi.

- Devi tenerti a sinistra. È una bella discesa veloce con un cristiania in fondo per via del recinto.

- Aspetta un momento e la facciamo insieme.

- No, passa e va' avanti tu. Voglio vedere come prendi le cunette.

Nick Adams passò davanti a George, con le spalle larghe e la testa bionda ancora spruzzate di neve, poi sul ciglio i suoi sci cominciarono a scivolare e lui si buttò giù, sibilando tra i cristalli della neve farinosa e come emergendo e sprofondando mentre saliva e scendeva tra i marosi delle cunette. Si tenne a sinistra e alla fine, mentre correva verso il recinto, tenendo unite le ginocchia e girando il corpo come per stringere una vite, portò bruscamente gli sci tutti a destra in uno sfarfallio di neve e andò a fermarsi lentamente con gli sci paralleli al pendio e al recinto di fil di ferro.

Alzò lo sguardo alla montagna. George stava scendendo inginocchiato, nella posizione del telemark; una gamba in avanti e piegata, l'altra più indietro; le racchette penzoloni come esili zampe d'insetto, che sollevavano sbuffi di neve quando toccavano la superficie; e infine tutta la figura inginocchiata che eseguiva una bella curva a destra, accovacciandosi, con le gambe gettate in avanti e poi indietro, col corpo inclinato per opporsi alla forza centrifuga, con le racchette che accentuavano la curva come punti luminosi, il tutto in una turbinante nuvola di neve.

- Avevo paura di fare un cristiania, - disse George, -la neve era troppo alta. Tu sei sceso che era una bellezza.

- Non posso fare il telemark con la mia gamba, - disse Nick.

Nick tenne giù con gli sci il filo superiore del recinto e George vi passò sopra. Nick lo seguì fino alla strada. Lungo la strada, piegando le ginocchia, s'infilarono in una pineta. La strada diventò ghiaccio polito, macchiato d'arancione e di un giallo tabacco dalle squadre che trasportavano i tronchi. Gli sciatori si tenevano sulla striscia di neve laterale. La strada sprofondava bruscamente fino a un corso d'acqua e poi riprendeva a salire, rettilinea. Nel bosco si vedeva una lunga costruzione col tetto basso rovinata dalle intemperie. Tra gli alberi era di un giallo sbiadito. Quando si era più vicini si scopriva che i telai delle finestre erano pitturati di verde. La vernice si stava scrostando. Nick sollevò i tenditori con uno dei bastoncini e scalciando si tolse gli sci.

- Tanto vale portarli a spalla fin lassù, - disse.

Con gli sci in spalla salì la strada ripida, piantando i chiodi dei tacchi nel fondo ghiacciato. Sentiva George ansimare e pestare i piedi sul ghiaccio alle sue spalle. Appoggiarono gli sci al muro della locanda e si tolsero a vicenda la neve dai calzoni, batterono gli scarponi per terra per pulirli, ed entrarono.

Dentro era buio pesto. Una grossa stufa di maiolica splendeva nell'angolo della stanza. C'era un soffitto basso. Panche levigate dietro tavoli scuri e macchiati di vino correvano lungo i lati delle stanze. Due svizzeri erano seduti accanto alla stufa con la pipa e un bicchiere di torbido vino nuovo. I ragazzi si tolsero la giacca e si misero a sedere contro il muro di là dalla stufa. Nella stanza accanto una voce smise di cantare e una ragazza con un grembiule azzurro venne a vedere cosa volevano da bere.

- Una bottiglia di Sion, - disse Nick. -Per te va bene, Gidge?

- Certo, - disse George. -Di vini te ne intendi più di me. A me piacciono tutti.

La ragazza uscì.

- Non c'è proprio niente che arrivi allo sci, eh? - disse Nick.

- Quello che si prova la prima volta che ti butti giù per fare una lunga discesa.

- Uh, - disse George. -È troppo bello per parlarne.

La ragazza portò il vino, e il tappo diede loro dei problemi.

Finalmente Nick aprì la bottiglia. La ragazza uscì e la sentirono cantare in tedesco nella stanza accanto.

- Quei pezzetti di sughero nel vino non contano niente, - disse Nick.

- Chissà se hanno dei dolci.

- Vediamo.

La ragazza entrò nella stanza e Nick si accorse che il grembiule copriva il gonfiore della sua gravidanza. Chissà perché non me ne sono accorto la prima volta che è entrata, pensò.

- Cosa stava cantando? - le chiese.

- Opera, opera tedesca.

Non aveva voglia di parlarne.

- Abbiamo dello strudel di mele, se lo vuole.

- Non è tanto cordiale, eh? - disse George.

- Oh, be'. Non ci conosce e forse ha creduto che volessimo sfotterla per come canta. Probabilmente viene da lassù dove parlano tedesco e le secca di trovarsi qui e poi aspetta quel bambino senz'essere sposata e le secca.

- Come fai a sapere che non è sposata?

- Niente anello. Diavolo, qui nessuna ragazza si sposa finché non resta incinta.

La porta si aprì ed entrò una squadra di boscaioli, di quelli che lavoravano più su, lungo la strada, pestando i piedi per terra e riempiendo la stanza di vapore. La cameriera servì alla squadra tre litri di vino nuovo e i boscaioli si sedettero a due tavoli, fumando in silenzio, senza cappello, con le spalle appoggiate al muro o le braccia posate sul tavolo davanti a loro. Fuori, i cavalli attaccati alle slitte cariche di legna mandavano ogni tanto, quando alzavano la testa, uno stridulo tintinnio di campanacci.

George e Nick erano felici. Si volevano molto bene. Sapevano di avere ancora davanti a sé la discesa fino a casa.

- Quando devi tornare a scuola? - chiese Nick.

- Stasera, - rispose George. -Devo prendere il treno delle dieci e quaranta da Montreux.

- Vorrei che tu potessi fermarti e che domani si potesse fare insieme il Dent du Lys.

- Devo farmi un'istruzione, - disse George. -Cristo, Mike, non vorresti che si potesse andare in giro insieme come vagabondi, noi due? Prendere gli sci e andare col treno dove c'è neve buona e poi ripartire e fermarsi in qualche albergo e attraversare tutto l'Oberland e il Valais e tutta l'Engadina e mettere nello zaino solo la cassetta degli arnesi e qualche maglione di scorta e un pigiama e fregarsene solennemente della scuola e di tutto il resto?

- Sì, e attraversare la Schwarzwald così. Cristo, che bei posti.

- È dove sei andato a pescare l'estate scorsa, no?

- Sì.

Mangiarono lo strudel e bevvero il resto del vino. George si appoggiò al muro e chiuse gli occhi.

- Il vino mi fa sempre questo effetto, - disse.

- Che effetto ti fa? Brutto? - chiese Nick.

- No. Mi sento bene, ma strano.

- Lo so, - disse Nick.

- Certo, - disse George.

- Perché non prendiamo un'altra bottiglia? - chiese Nick.

- Per me no, - disse George.

Rimasero là seduti, Nick poggiando i gomiti sul tavolo, George abbandonato contro il muro.

- Helen deve avere un bambino? - disse George, staccandosi dal muro e mettendo le braccia sul tavolo.

- Sì.

- Quando?

- Verso la fine dell'estate prossima.

- Sei contento?

- Sì. Adesso.

- Tornerete negli Stati Uniti?

- Credo di sì.

- Tu lo vuoi?

- No.

- E Helen?

- No.

George tacque. Guardò la bottiglia vuota e i bicchieri vuoti.

- È un inferno, no? - disse.

- No. Non esattamente, - disse Nick.

- Perché no?

- Non so, - disse Nick.

- Andrete mai a sciare insieme negli Stati Uniti? - disse George.

- Non so, - disse Nick.

- Le montagne non sono granché, - disse George.

- No, - disse Nick. -Troppo rocciose. Ci sono troppi alberi e sono troppo lontane.

- Sì, - disse George, -è così che sono in California.

- Sì, - disse Nick, -è così che sono dappertutto, ovunque io sia stato.

- Sì, - disse George, -è così che sono.

Gli svizzeri si alzarono e pagarono e uscirono.

- Vorrei che fossimo svizzeri, - disse George.

- Hanno tutti il gozzo, - disse Nick.

- Non ci credo, - disse George.

- Nemmeno io, - disse Nick. Risero.

- Forse non andremo mai più a sciare, - disse George.

- Dobbiamo, - disse Nick. -Che gusto c'è se non puoi andare a sciare?

- Allora ci andremo, - disse George.

- Dobbiamo, - convenne Nick.

- Vorrei che potessimo prometterlo, - disse George.

Nick si alzò. Si strinse la fibbia della giacca a vento. Si chinò su George e prese i due bastoni da sci appoggiati al muro. Ne piantò uno nel pavimento.

- Promettere non serve a niente, - disse.

Aprirono la porta e uscirono. Faceva molto freddo. Sulla neve c'era una crosta dura. La strada, salendo, spariva nella pineta.

Presero gli sci da dove li avevano lasciati, contro il muro della locanda. Nick s'infilò i guanti. George si era già incamminato lungo la strada, con gli sci in spalla. Ora avrebbero fatto insieme la discesa fino a casa.

 

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