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Рассказ «Чемпион» (Il lottatore) на итальянском языке – читать онлайн

Рассказ «Чемпион» (Il lottatore) на итальянском языке – читать онлайн, автор книги – Эрнест Хемингуэй. Остальные рассказы, которые написал Эрнест Хемингуэй, а также много других рассказов, повестей и романов можно читать онлайн в разделе «Книги на итальянском».

Для тех, кто изучает итальянский язык по фильмам и видеоурокам, создан раздел «Фильмы и видеоуроки на итальянском языке».

Тем, кто хочет учить итальянский с преподавателем, будет интересной информация на странице «Итальянский по скайпу».

 

Теперь – рассказ (Il lottatore) на итальянском языке, который написал Эрнест Хемингуэй.

 

Capitolo V

 

Fucilarono i sei ministri alle sei e mezzo del mattino contro il muro di un ospedale. C'erano pozze d'acqua nel cortile.

C'erano foglie morte bagnate sul selciato del cortile. Pioveva a dirotto.

Tutte le persiane dell'ospedale erano inchiodate. Uno dei ministri aveva la febbre tifoide. Due soldati lo portarono da basso e poi fuori sotto la pioggia. Cercarono di farlo star dritto contro il muro ma lui cadde a sedere in una pozza d'acqua. Gli altri cinque stavano molto tranquillamente contro il muro. Alla fine l'ufficiale disse ai soldati che era inutile sforzarsi di tenerlo in piedi. Quando spararono la prima raffica era seduto nell'acqua con la testa sulle ginocchia.

 

Il lottatore

 

Nick si raddrizzò. Non si era fatto niente. Guardò in fondo al binario i fanalini della garitta del frenatore che sparivano dietro la curva. A destra e a sinistra della strada ferrata c'era dell'acqua, poi una palude sotto una macchia di larici.

Si tastò il ginocchio. Aveva i calzoni stracciati e la pelle scorticata. Si era graffiato le mani e sotto le unghie aveva della sabbia e della polvere di carbone. Andò giù per la scarpata della ferrovia, e si lavò le mani. Se le lavò con cura, nell'acqua fredda, togliendosi lo sporco dalle unghie. Si accoccolò e si bagnò il ginocchio.

Quel verme di un frenatore. Un giorno gliel'avrebbe fatta pagare. Le loro strade si sarebbero incrociate. Bel modo di fare, il suo.

- Vieni qui, ragazzo, - aveva detto. -Ho qualcosa per te.

C'era cascato come un bambino. Che imbecille era stato ad abboccare. Non lo avrebbero mai più fregato così.

- Vieni qui, ragazzo, ho qualcosa per te.

Poi sbàm, e si era ritrovato sulle mani e sulle ginocchia di fianco al binario.

Nick si strofinò l'occhio. Si stava formando un bel bernoccolo. Gli sarebbe venuto un occhio nero, altroché. Già gli faceva male. Quel figlio d'un verme di un frenatore.

Si passò le dita sul bernoccolo sopra l'occhio. Oh, be', era solo un occhio nero. Se l'era cavata così. A buon mercato. Gli sarebbe piaciuto vederlo. Non riusciva a vederlo, però, specchiandosi nell'acqua. Era buio e lui era lontanissimo da qualsiasi luogo. Si asciugò le mani sui calzoni e si raddrizzò, poi si arrampicò sulla scarpata fino alle rotaie.

S'incamminò lungo la strada ferrata. Il terreno era solido e facilitava la marcia, la sabbia e la ghiaia compatte fra le traversine. Il terrapieno attraversava la palude come una strada rialzata. Nick camminava spedito. In qualche posto doveva arrivare.

Era saltato sul merci quando aveva rallentato prima dello scalo di Walton Junction. Il treno, con Nick a bordo, era passato da Kalkaska mentre cominciava a imbrunire. Ora Nick doveva essere vicino a Mancelona. Cinque o sei chilometri di palude. Nick camminava sul binario, regolando il passo in modo tale da posare i piedi sulla massicciata fra una traversina e l'altra, e nella nebbia che si alzava dall'acqua la palude aveva un'aria spettrale. L'occhio gli doleva e aveva fame. Continuò a marciare, divorando chilometri di strada ferrata. La palude era una distesa uniforme a destra e a sinistra del binario.

Davanti c'era un ponte. Nick lo attraversò, con gli scarponi che battendo sul ferro mandavano un suono cavernoso. Sotto, nelle fessure fra le traversine, si vedeva un'acqua nera. Nick mollò un calcio a un chiodo che si era staccato e il chiodo cadde in acqua. Oltre il ponte c'erano delle colline. Erano alte e scure da tutt'e due le parti della ferrovia. In fondo al binario Nick vide un fuoco.

Proseguì lungo il binario verso il fuoco, con cautela. Era un po' discosto dal binario, ai piedi della scarpata. Nick aveva visto solo la luce che mandava. La ferrovia usciva da una gola e dove il fuoco ardeva la campagna si apriva e si allargava in una distesa di boschi.

Nick scese cautamente la scarpata ed entrò nel bosco per avvicinarsi al fuoco passando tra gli alberi. Era una foresta di faggi e, mentre camminava tra gli alberi, Nick sentiva sotto le scarpe i ricci delle faggine. Ora il fuoco sfavillava, proprio ai margini del bosco. C'era un uomo seduto accanto al fuoco. Nick attese dietro l'albero e guardò. Pareva che quell'uomo fosse solo. Stava là seduto con la testa tra le mani, guardando il fuoco. Nick uscì dal bosco ed entrò nella luce del fuoco.

L'uomo stava là seduto guardando il fuoco. Quando Nick si fermò vicinissimo a lui non fece un movimento.

- Salve! - disse Nick.

L'uomo alzò lo sguardo.

- Chi t'ha fatto quell'occhio nero? - disse.

- Le ho buscate da un frenatore.

- Ti ha buttato giù dal merci?

- Sì.

- L'ho visto, quel bastardo, - disse l'uomo. -È passato di qui circa un'ora e mezzo fa. Camminava sopra i vagoni battendo le braccia e cantando.

- Che bastardo!

- Sarà stato contento di avertele suonate, - disse l'uomo, senza sorridere.

- Un giorno o l'altro gliele suonerò io.

- Tiragli una sassata, una volta, mentre passa, - consigliò l'uomo.

- Lo farò.

- Tu sei un duro, no?

- No, - rispose Nick.

- Voi ragazzi siete tutti dei duri.

- Bisogna essere duri, - disse Nick.

- È quello che dicevo.

L'uomo guardò Nick e sorrise. Alla luce del fuoco Nick vide che il suo viso era deforme. Aveva il naso schiacciato, gli occhi che sembravano due fessure, e delle labbra con una strana forma. Nick non notò subito tutto questo, vide solo che il volto di quell'uomo era mutilato e aveva una strana configurazione. Il colore era quello dello stucco. Cadaverico, alla luce delle fiamme.

- Non ti piace il mio muso? - chiese l'uomo. Nick era imbarazzato.

- Certo, - disse.

- Guarda qua!

L'uomo si tolse il berretto.

Aveva soltanto un orecchio, ispessito e schiacciato contro il lato della testa. Dove avrebbe dovuto esserci l'altro c'era un moncherino.

- Mai visto uno così?

- Mai, - disse Nick. Gli faceva un po' senso.

- Potrei prenderne un sacco e una sporta, - disse l'uomo. -Non credi che potrei prenderne un sacco e una sporta senza batter ciglio, ragazzo?

- Altroché!

- Si sono tutti rotti le mani con me, - disse l'ometto. -Non riuscivano a farmi male.

Guardò Nick.

- Siediti, - disse. -Vuoi mangiare?

- Non si disturbi, - disse Nick. -Sto andando in città.

- Senti! - disse l'uomo. -Chiamami Ad.

- Va bene!

- Senti, - disse l'ometto. -Io non sono mica giusto.

- Cos'ha?

- Sono matto.

Si mise il berretto. Nick aveva voglia di ridere.

- Lei sta benissimo, - disse.

- No, non è vero. Sono matto. Di', sei mai stato matto, tu?

- No, - disse Nick. -Com'è che si diventa matti?

- Non lo so, - disse Ad. -Quando sei diventato matto, mica lo sai come lo sei diventato. Tu mi conosci, no?

- No.

- Sono Ad Francis.

- Davvero?

- Non ci credi?

- Sì.

Nick sapeva che doveva essere vero.

- Sai perché li battevo?

- No, - disse Nick.

- Ho il cuore lento. Batte solo quaranta volte al minuto. Tocca.

Nick esitò.

- Dài, - disse l'uomo prendendogli la mano. -Sentimi il polso. Metti le dita lì.

Il polso dell'ometto era grosso e i muscoli formavano una protuberanza sopra l'osso. Nick sentì sotto le dita il lento pulsare del suo sangue.

- Hai un orologio?

- No.

- Neanch'io, - disse Ad. -Non serve a niente se non hai l'orologio.

Nick lasciò cadere il polso.

- Senti, - disse Ad Francis. -Riprendilo. Tu conta e io conterò fino a sessanta.

Sentendosi sotto le dita quel battito lento e tenace Nick si mise a contare. Udiva l'ometto contare lentamente, uno, due, tre, quattro, cinque, eccetera: ad alta voce.

- Sessanta, - finì Ad. - È un minuto. Tu quanti ne hai contati?

- Quaranta, - disse Nick.

- Esatto, - disse allegramente Ad. -Non accelera mai.

Un uomo venne giù per la scarpata della ferrovia e attraversò la radura fino al fuoco.

- Ciao, Bugs! - disse Ad.

- Ciao! - rispose Bugs. Era la voce di un negro. Che era un negro Nick lo capì dal modo di camminare. Il negro si fermò davanti a loro, voltandogli le spalle e chinandosi sul fuoco. Poi si raddrizzò.

- Questo è il mio amico Bugs, - disse Ad. -Anche lui è matto.

- Piacere, - disse Bugs. -Di dove ha detto che è?

- Chicago, - disse Nick.

- Bella città, - disse il negro. -Non ho afferrato il suo nome.

- Adams. Nick Adams.

- Dice che non è mai stato matto, Bugs, - disse Ad.

- Deve ancora mangiarne, di polenta, - disse il negro. Davanti al fuoco stava aprendo un cartoccio.

- Quando si mangia, Bugs? - chiese il pugile.

- Subito.

- Hai fame, Nick?

- Ho una fame che non ci vedo.

- Sentito, Bugs?

- Sento quasi tutto quello che si dice.

- Non è quello che ti ho chiesto.

- Sì. Ho sentito cos'ha detto il signore.

Stava stendendo delle fette di pancetta in una padella. Quando la padella si scaldò il grasso cominciò a friggere e Bugs, accovacciandosi davanti al fuoco sulle lunghe gambe nere, girò la pancetta e ruppe delle uova nella padella, inclinandola di qua e di là per ungere le uova col grasso bollente.

- Vuol tagliare un po' del pane che c'è in quel sacchetto, signor Adams? - disse Bugs voltando la testa.

- Certo.

Nick ficcò una mano nel sacco e ne estrasse una pagnotta. Ne tagliò sei fette. Ad lo guardò e si sporse in avanti.

- Passami il tuo coltello, Nick, - disse.

- No, no, - disse il negro. -Non molli quel coltello, signor Adams.

Il pugile tornò nella posizione di prima.

- Vuole portarmi il pane, signor Adams? - chiese Bugs. Nick glielo portò.

- Le piace inzuppare il pane nel grasso di pancetta? - chiese il negro.

- Altroché!

- Forse sarà meglio aspettare. Meglio alla fine del pasto. Tenga.

Il negro prese una fetta di pancetta e la stese su uno dei pezzi di pane, poi vi fece scivolare un uovo sopra.

- Chiuda quel sandwich, eh, per piacere, e lo passi al signor Francis.

Ad prese il sandwich e cominciò a mangiare.

- Attento che l'uovo scappa fuori, - avvertì il negro. -Questo è per lei, signor Adams. Il resto per me.

Nick affondò i denti nel sandwich. Il negro era seduto di fianco a Ad, davanti a lui. La pancetta e le uova fritte, calde, avevano un sapore meraviglioso.

- Il signor Adams ha davvero fame, - disse il negro. L'ometto che Nick conosceva di nome, perché era un ex campione di boxe, taceva. Non aveva detto niente da quando il negro aveva parlato del coltello.

- Posso offrirle una fetta di pane inzuppata nel grasso caldo di pancetta? - disse Bugs.

- Grazie mille.

L'ometto dalla pelle bianca guardò Nick.

- Ne vuole un po' anche lei, signor Adolph Francis? - offrì Bugs alzando la padella. Ad non rispose. Stava guardando Nick.

- Signor Francis? - disse il negro con voce soave. Ad non rispose. Stava guardando Nick.

- Le ho rivolto la parola, signor Francis, - disse il negro dolcemente.

Ad continuava a guardare Nick. Si era calato il berretto sugli occhi. Nick era un po' nervoso.

- Cosa diavolo ti sei messo in testa? - sbottò Ad, da sotto il berretto, all'indirizzo di Nick. -Chi diavolo credi di essere? Sei un bastardo impertinente. Vieni qui senza essere invitato e mangi a quattro palmenti e quando uno ti chiede in prestito un coltello fai l'impertinente.

Lanciò a Nick un'occhiata torva. La sua faccia era pallida e gli occhi quasi invisibili sotto il berretto.

- Sei un bel tipo. Chi diavolo ti ha chiesto di venir qui a ficcare il naso?

- Nessuno.

- Hai perfettamente ragione, nessuno te lo ha chiesto. E nessuno ti ha chiesto di restare. Vieni qui e fai dello spirito sulla mia faccia e fumi i miei sigari e bevi il mio liquore e poi esci nelle tue battute impertinenti. Dove diavolo credi di poter arrivare?

Nick non disse nulla. Ad si alzò in piedi.

- Te lo dico io, brutto bastardo fifone di Chicago. A farti buttare giù i denti. Sono stato chiaro?

Nick fece un passo indietro. L'ometto puntava lentamente su di lui, avanzando con i piedi ben radicati al suolo, facendo col sinistro un passo avanti, strisciando il destro fino a unirlo all'altro.

- Picchia, - disse accennando con la testa. -Prova a colpirmi.

- Io non voglio colpirla.

- Non crederai di cavartela così. Stai per prenderne un sacco e una sporta, sai? Dài, alza quei pugni.

- La smetta, - disse Nick.

- Forza, allora, bastardo.

L'ometto abbassò lo sguardo ai piedi di Nick. Mentre lui abbassava lo sguardo il negro, che lo aveva seguito da presso mentre si allontanava dal fuoco, prese la mira e lo colpì alla base del cranio.

Ad cadde in avanti e Bugs gettò sull'erba lo sfollagente rivestito di tela. L'ometto rimase là disteso, con la faccia in mezzo all'erba. Il negro lo raccolse, con la testa ciondolante, e lo portò vicino al fuoco. Aveva una brutta faccia, gli occhi aperti. Bugs lo depose delicatamente a terra.

- Vuol portarmi l'acqua del secchio, signor Adams? - disse. - Temo di averlo colpito un po' troppo forte.

Il negro spruzzò dell'acqua con la mano sulla faccia dell'uomo e gli tirò delicatamente le orecchie. Gli occhi si chiusero.

Bugs si raddrizzò.

- Sta bene, - disse. -Non c'è nulla di cui preoccuparsi. Sono desolato, signor Adams.

- Fa niente.

Nick guardava l'ometto steso a terra. Vide lo sfollagente sull'erba e lo raccolse. Aveva il manico flessibile ed era floscio nella sua mano. Era fatto di un logoro cuoio nero con un fazzoletto avvolto intorno alla parte più pesante.

- Quel manico è d'osso di balena, - disse il negro con un sorriso.

- Non se ne fanno più. Non sapevo fino a che punto lei sarebbe stato in grado di difendersi, signor Adams, e comunque non volevo che gli facesse del male, o che lo conciasse peggio di così.

Il negro tornò a sorridere.

- Gli ha fatto del male lei.

- Io so come. Non si ricorderà di niente. Devo farlo per correggerlo, quando diventa così.

Nick stava ancora guardando l'ometto steso a terra, con gli occhi chiusi illuminati dal fuoco. Bugs vi aggiunse un po' di legna.

- Non si dia pensiero per lui, signor Adams. Già un mucchio di volte l'ho visto in questo stato.

- Cosa l'ha fatto diventar matto? - chiese Nick.

- Oh, tante cose, - rispose il negro dal fuoco. -Gradisce una tazza di questo caffè, signor Adams?

Porse la tazza a Nick e sistemò la giacca che aveva messo sotto la testa dell'uomo privo di sensi.

- Ha preso troppe batoste, per prima cosa, - disse il negro sorbendo il caffè. -Ma questo lo ha solo un po' rincitrullito. Poi sua sorella era il suo manager, e si parlava sempre di loro sui giornali come se fossero fratello e sorella, e di quanto lei amava suo fratello e di quanto lui amava sua sorella, e alla fine si sposarono a New York e questo fece una gran brutta impressione.

- Me lo ricordo.

- Certo. Naturalmente non erano fratello e sorella, non più di quanto lui fosse un coniglio, ma c'era un mucchio di gente alla quale la faccenda non garbava né in un modo né nell'altro, e poi cominciarono ad avere degli screzi e un giorno lei andò via e non tornò mai più.

Bevve il caffè e si asciugò le labbra col palmo roseo della mano.

- Diventò matto, e basta. Vuole un altro goccio di caffè, signor Adams?

- Grazie.

- Io l'ho vista un paio di volte, - proseguì il negro. -Era una donna maledettamente bella. Somigliava tanto a lui che avrebbero potuto essere gemelli. Non sarebbe mica brutto senza quella faccia tutta rovinata.

S'interruppe. La storia sembrava finita.

- Dove l'ha conosciuto? - chiese Nick.

- L'ho conosciuto in galera, - disse il negro. -Non faceva che picchiarsi con tutti, dopo che lei se ne andò, e allora lo misero in prigione. Io ero dentro per aver bucato un uomo. Sorrise, e con voce sommessa proseguì: «Mi fu subito simpatico, e quando uscii lo andai a cercare. A lui piace pensare che sono matto, e a me non importa. Mi piace stare con lui e mi piace girare il mondo e per farlo non devo rubare a destra e a manca. Mi piace fare una vita da signore.»

- E cosa fate, insieme? - chiese Nick.

- Oh, niente. Andiamo in giro e basta. I soldi ce li ha lui.

- Deve averne fatti tanti.

- Certo. Però li ha spesi tutti. O glieli hanno portati via. È lei che gli manda dei soldi.

Attizzò il fuoco.

- Gran bella donna, - disse. -Somiglia tanto a lui che potrebbero essere gemelli.

Il negro guardò l'ometto steso a terra, che respirava pesantemente.

I capelli biondi gli cadevano sulla fronte. Nel sonno il suo viso mutilato sembrava infantile.

- Ora posso svegliarlo quando voglio, signor Adams. Se non le spiace, vorrei che se ne andasse. Mi secca di non essere ospitale, ma potrebbe tornare ad agitarsi, se la vedesse. Detesto doverlo picchiare, ma quando parte è l'unica cosa da fare. Devo, come dire, tenerlo lontano dalla gente. Non le spiace, eh, signor Adams? No, non mi ringrazi, signor Adams. Avrei dovuto metterla in guardia, ma sembrava averla presa tanto in simpatia che credevo che tutto sarebbe andato liscio. Troverà una città a circa tre chilometri da qui lungo la ferrovia. Mancelona, la chiamano. Addio. Vorrei che potessimo invitarla a passare la notte qui, ma è fuori discussione. Non vuol portarsi via un po' di pancetta e un po' di pane? No? Meglio che prenda un sandwich.

E tutto questo con una voce bassa, educata e carezzevole da negro.

- Bene. Allora, addio, signor Adams. Addio e buona fortuna!

Nick si allontanò dal fuoco attraverso la radura fino ai binari della ferrovia. Quando fu nell'ombra tese l'orecchio. La voce bassa e dolce del negro stava dicendo qualcosa. Nick non riusciva a sentire le parole. Poi udì l'ometto dire:

- Ho un terribile mal di testa, Bugs.

- Passerà, signor Francis, - disse la voce suadente del negro. -Beva una tazza di questo caffè caldo.

Nick si arrampicò sulla scarpata e s'incamminò lungo il binario.

Scoprì di avere in mano un panino con la pancetta e se lo mise in tasca. Voltandosi indietro, sulla salita, prima che la strada ferrata facesse una curva e s'inoltrasse tra le colline, poté vedere la luce del falò nella radura.

 

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