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Рассказ «У нас в Мичигане» (Su nel Michigan) на итальянском языке

Рассказ «У нас в Мичигане» (Su nel Michigan) на итальянском языке – читать онлайн, автор – Эрнест Хемингуэй.

Другие рассказы, повести, романы и т.д. можно читать онлайн в разделе «Книги на итальянском».

Для любителей итальянского кино есть раздел «Фильмы и видеоуроки на итальянском языке».

Для тех, кто хочет учить итальянский язык с преподавателем, подробная информация есть на странице «Итальянский по скайпу».

 

Теперь переходим к чтению рассказа «У нас в Мичигане» (Su nel Michigan) на итальянском языке, автор – Эрнест Хемингуэй.

 

Su nel Michigan

 

Jim Gilmore arrivò a Hortons Bay dal Canada. Comprò la fucina dal vecchio Horton. Jim era basso e scuro con due baffoni e due mani grosse. Era un buon maniscalco e non somigliava molto a un fabbro, anche col grembiule. Abitava sopra la fucina e mangiava da D.J. Smith.

Liz Coates lavorava da Smith. La signora Smith, che era una donna grossa e pulitissima, diceva che Liz Coates era la ragazza più ordinata che avesse mai visto. Liz aveva delle belle gambe e portava sempre grembiuli puliti di percalle e Jim notò che anche i suoi capelli, dietro la testa, erano sempre in ordine. Gli piaceva il suo viso perché era molto allegro, ma non pensava mai a lei.

A Liz Jim piaceva moltissimo. Le piaceva come camminava quando usciva dalla fucina per andare a mangiare, e spesso si affacciava alla porta della cucina per vederlo arrivare. Le piacevano i suoi baffi. Le piacevano i suoi denti, che erano bianchissimi quando sorrideva. Le piaceva moltissimo che non sembrasse un fabbro. Le piaceva che Jim piacesse a D.J. Smith e alla signora Smith. Un giorno scoprì che le piacevano i peli neri che aveva sulle braccia, e com'erano bianche quelle braccia, sopra l'abbronzatura, quando lui si lavava nel catino davanti alla casa. Il fatto che le piacessero queste cose la faceva sentire un po' strana.

Hortons Bay, il paese, erano cinque case sullo stradone tra Boyne City e Charlevoix. C'era l'emporio e l'ufficio postale con un'alta facciata posticcia e forse un carro legato davanti, la casa di Smith, la casa di Stroud, la casa di Dillworth, la casa di Horton e la casa di Van Hoosen. Le case sorgevano in una bella macchia di olmi e la strada era molto sabbiosa. Tutt'intorno c'erano boschi e terre coltivate. In fondo alla strada, un po' discosto, c'era la chiesa metodista, e in fondo alla strada nell'altra direzione c'era la scuola comunale. La fucina era dipinta di rosso e sorgeva di fronte alla scuola.

Una strada ripida e sabbiosa scendeva in mezzo agli alberi verso la baia. Dalla porta di servizio di Smith si vedevano i boschi che scendevano verso il lago e oltre la baia. Era bellissimo in primavera o d'estate, con la baia azzurra e luccicante e di solito, sulla distesa del lago oltre il promontorio, le onde con le creste spumeggianti per la brezza che spirava da Charlevoix e dal lago Michigan. Dalla porta di servizio di Smith Liz vedeva, lontano, sul lago, le chiatte cariche di minerale dirette verso Boyne City. A guardarle pareva che non si muovessero affatto, ma se Liz tornava dentro ad asciugare degli altri piatti e poi usciva di nuovo, erano sparite dietro il promontorio.

Ormai Liz non faceva che pensare a Jim Gilmore. Lui non sembrava far troppo caso a lei. Parlava con D.J. Smith della fucina e del partito repubblicano e di James G. Blaine. La sera leggeva La spada di Toledo e il giornale di Grand Rapids sotto il lume della stanza grande o usciva con D.J. Smith nella baia a pescare con la fiocina e la lampara. In autunno lui e Smith e Charley Wyman presero un carro e una tenda, viveri, accette, i fucili e due cani e andarono nelle pinete che c'erano oltre Vanderbilt per una partita di caccia al cervo. Liz e la signora Smith cucinarono quattro giorni per loro, prima che partissero. Liz avrebbe voluto fare per Jim qualcosa di speciale da portar via, ma alla fine se ne astenne perché non aveva il coraggio di chiedere alla signora Smith le uova e la farina e temeva, se le avesse comprate lei, che la signora Smith l'avrebbe sorpresa a cucinare. In realtà la signora Smith non ci avrebbe trovato nulla da ridire, ma Liz aveva paura.

Per tutto il tempo che Jim passò lontano, alla partita di caccia al cervo, Liz pensò a lui. Era terribile che fosse via. Non riusciva a dormir bene, a furia di pensare a lui, ma poi scoprì che pensare a lui era anche divertente. Se si lasciava andare, era meglio. La notte prima del loro ritorno non dormì, cioè credette di non avere dormito, perché nella sua testa era tutto confuso, sognare di non dormire e non dormire sul serio. Quando vide il carro venir giù per la strada si sentì tremare le ginocchia e mancare il fiato. Non poteva più aspettare di vederlo, e sembrava che quando Jim fosse arrivato tutto sarebbe andato bene. Il carro si fermò sotto il grosso olmo e la signora Smith e Liz andarono fuori. Tutti gli uomini avevano la barba e sul carro c'erano tre cervi, con le zampe sottili irrigidite e protese oltre la sponda del carro. La signora Smith baciò D.J. e lui l'abbracciò. Jim disse «Ciao, Liz» e sorrise. Liz non sapeva cosa sarebbe successo quando Jim fosse tornato ma era certa che qualcosa sarebbe successo. Invece non era successo nulla. Gli uomini erano di nuovo a casa, tutto qui. Jim tolse i sacchi di tela grezza che coprivano i cervi e Liz li guardò. Uno era un grosso maschio. Era rigido e non fu facile tirarlo giù dal carro.

- L'hai ucciso tu, Jim? - chiese Liz.

- Già. Non è una bellezza? - Jim se lo caricò in spalla per portarlo all'affumicatoio.

Quella sera Charley Wyman restò a cena da Smith. Era troppo tardi per tornare a Charlevoix. Gli uomini si lavarono e attesero in salotto che la cena fosse pronta.

- Non c'è più niente in quell'orcio, Jimmy? - chiese D.J. Smith, e Jim andò a prendere dal carro nella stalla il bottiglione di whisky che gli uomini si erano portati dietro durante la partita di caccia.

Era una damigiana da quindici litri, con un bel po' di whisky che sciabordava sul fondo. Jim ne bevve un lungo sorso mentre rientrava in casa. Non era facile sollevare un recipiente così grosso per bere a canna. Un po' di whisky gli colò sulla camicia. I due uomini sorrisero quando Jim entrò con la damigiana. D.J. Smith mandò a prendere dei bicchieri e Liz li portò. D.J. ne riempì tre.

- Be', alla tua salute, D.J.? - disse Charley Wyman.

- A quel diavolo d'un maschio, Jimmy? - disse D.J..

- A tutti quelli che abbiamo mancato, D.J.? - disse Jim, e tracannò il liquore.

- Da leccarsi i baffi.

- Non c'è di meglio, in questo periodo dell'anno, se hai qualche problema.

- Un altro, ragazzi?

- Ecco qua, D.J..

- Alla vostra, ragazzi.

- All'anno prossimo.

Jim cominciava a sentirsi meravigliosamente. Gli piaceva il sapore dell'whisky, e l'ebbrezza che dava. Era contento di essere tornato a un letto comodo, a un pasto caldo e alla fucina. Bevve un altro bicchiere. Gli uomini andarono a cena sentendosi molto allegri ma comportandosi nel modo più corretto. Dopo aver servito a tavola Liz si sedette e mangiò con la famiglia. Era una buona cena e gli uomini mangiarono di gusto. Dopo cena tornarono in salotto e Liz sparecchiò con la signora Smith. Poi la signora Smith andò di sopra e poco dopo Smith uscì e andò di sopra anche lui. Jim e Charley erano sempre nel salotto. In cucina, Liz sedeva accanto ai fornelli fingendo di leggere un libro e pensando a Jim. Non voleva ancora andare a letto perché sapeva che Jim sarebbe uscito e voleva vederlo mentre usciva per potersi portare quell'immagine a letto con lei.

Stava pensando intensamente a lui quando Jim entrò. Aveva gli occhi lucidi e i capelli un po' arruffati. Liz abbassò lo sguardo al libro.

Jim, da tergo, si avvicinò alla sedia e si fermò dietro di lei, e lei lo sentiva respirare, e poi lui la cinse con le braccia. I suoi seni erano gonfi e sodi e i capezzoli duri sotto le sue mani. Liz era terribilmente impaurita, nessuno l'aveva mai toccata, ma pensò:

«Finalmente è venuto da me. È venuto per davvero».

Restava irrigidita perché aveva tanta paura e non sapeva che fare, e poi Jim la tenne stretta contro la sedia e la baciò. Fu una sensazione così acuta, dolorosa, straziante che Liz pensò di non poterla sopportare. Sentiva Jim attraverso lo schienale e non lo poteva sopportare e poi qualcosa scattò dentro di lei e la sensazione si fece più calda e più dolce. Jim la teneva stretta contro la sedia e ora Liz lo desiderava e Jim mormorò: «Andiamo a fare due passi».

Liz staccò il paltò dal piolo infisso nel muro della cucina e uscirono insieme dalla porta. Jim le cingeva le spalle con un braccio e ogni tanto facevano una sosta e si stringevano l'uno addosso all'altra e Jim le dava un bacio. Sotto un cielo senza luna camminarono tra gli alberi, sprofondando fino alle caviglie nella sabbia della strada, fino al molo e al magazzino sulla baia. L'acqua lambiva le palafitte e il promontorio, oltre la baia, era scuro.

Faceva freddo, ma Liz si sentiva avvampare per il semplice fatto di essere con Jim. Si sedettero dietro il magazzino e Jim tirò Liz verso di sé. Lei aveva paura. Una delle mani di Jim le s'infilò sotto il vestito per carezzarle il seno e l'altra era nel suo grembo. Liz era spaventatissima e non sapeva dove Jim sarebbe andato a parare, ma si rannicchiò vicino a lui. Poi quella mano che nel suo grembo sembrava così grossa andò via e si posò sulla sua gamba e cominciò a salire.

- No, Jim? - disse Liz. Jim spinse la mano un po' più in alto.

- Non devi, Jim. Non devi.

Né Jim né la manona di Jim le prestarono la minima attenzione.

Le assi erano dure. Jim le aveva alzato le sottane e stava cercando di farle qualcosa. Lei era spaventata ma lo voleva. Doveva farlo, ma la spaventava.

- No, Jim. Non devi.

- Devo. Voglio. Sai che dobbiamo.

- No che non dobbiamo, Jim. Non dobbiamo. Oh, non sta bene. Oh, è così grosso e fa tanto male. Non puoi. Oh, Jim. Jim. Oh.

Le assi di abete canadese del molo erano dure e piene di schegge e fredde e Jim la schiacciava sotto il suo peso e le aveva fatto male.

Liz provò a spingerlo via. Si sentiva a disagio e aveva i crampi. Jim dormiva. Non voleva muoversi. Liz scivolò a fatica sotto il corpo di lui e si mise a sedere e si rassettò la gonna e il paltò e cercò di ravviarsi un po' i capelli. Jim dormiva con la bocca semiaperta. Liz si piegò su di lui e gli diede un bacio sulla guancia. Jim dormiva ancora. Lei gli sollevò un pochino la testa e la scosse. Lui girò la testa e deglutì. Liz cominciò a piangere. Raggiunse l'orlo del molo e guardò giù nell'acqua. C'era una nebbia che veniva dalla baia. Liz aveva freddo e si sentiva infelice e tutto sembrava finito. Tornò dov'era sdraiato Jim e per essere sicura lo scosse ancora una volta.

Piangeva.

- Jim, - disse. -Jim. Ti prego, Jim.

Jim si mosse nel sonno e tirò su le ginocchia. Liz si tolse il paltò e si piegò su di lui e glielo stese sopra. Con gran cura glielo rimboccò intorno al corpo. Poi attraversò il molo e ripercorse la ripida strada sabbiosa per andare a letto. Una fredda nebbiolina saliva attraverso il bosco dalla baia.

 

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