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«Недолгое счастье Фрэнсиса Макомбера» (La breve vita felice di Francis Macomber) на итальянском языке

Рассказ «Недолгое счастье Фрэнсиса Макомбера» (La breve vita felice di Francis Macomber) на итальянском языке – читать онлайн, автор книги – Эрнест Хемингуэй. В этой статье выложена первая часть рассказа, ссылка на продолжение – в конце страницы.

Остальные рассказы этого и других писателей можно читать онлайн в разделе «Книги на итальянском».

Для любителей итальянского кино есть раздел «Фильмы на итальянском». В нём же есть видеоуроки итальянского для начинающих.

Для тех, кто хочет изучать итальянский язык с преподавателем, подробная информация есть на странице «Итальянский по скайпу».

 

Теперь переходим к чтению рассказа «Недолгое счастье Фрэнсиса Макомбера» (La breve vita felice di Francis Macomber) на итальянском языке.

 

La breve vita felice di Francis Macomber

 

Era quasi ora di pranzo e tutti sedevano sotto il doppio telo verde della tenda della mensa facendo finta di niente.

- Cosa preferisce? Succo di limetta o spremuta d'arancia? - chiese Macomber.

- Succo di limetta con una spruzzata di seltz e un po' di gin, - gli disse Robert Wilson.

- Anche per me. Ho bisogno di qualcosa, - disse la moglie di Macomber.

- Mi sembra giusto, - convenne Macomber. -Gli dica di farne tre.

Il boy che si occupava della mensa si era già messo a prepararli, togliendo le bottiglie dalle sacche frigorifere di tela che trasudavano l'umidità nel vento che soffiava tra gli alberi che ombreggiavano le tende.

- Cos'avrei dovuto dare agli uomini? - chiese Macomber.

- Una sterlina sarebbe più che sufficiente, - gli disse Wilson. -Non vorrà viziarli.

- Penserà il capo a dividerla?

- Assolutamente.

Francis Macomber, mezz'ora prima, era stato portato in trionfo dai bordi del campo fino alla sua tenda sulle braccia e sulle spalle del cuoco, dei boys personali, del conciapelli e dei portatori. I portatori di fucile non avevano partecipato alla manifestazione. Quando gli indigeni lo avevano deposto davanti alla porta della tenda, lui aveva stretto la mano a tutti, ricevuto le loro congratulazioni, e poi era entrato nella tenda e si era seduto sul letto fino a quando era entrata sua moglie. Lei non gli aveva rivolto la parola, quando era entrata, e lui aveva lasciato subito la tenda per lavarsi la faccia e le mani nel lavabo portatile esterno e proseguire fino alla mensa, dove si era seduto, all'ombra e nella brezza, in una poltroncina di tela.

- Ha preso il suo leone, - gli disse Robert Wilson, -e una gran bella bestia, per giunta.

La signora Macomber gli scoccò un'occhiata fulminea. Era una donna molto bella e ben conservata cui l'avvenenza e la posizione sociale avevano permesso, cinque anni prima, di guadagnare cinquemila dollari solo per sponsorizzare, con le sue fotografie, un prodotto di bellezza che non aveva mai usato. Da undici anni era la moglie di Francis Macomber.

- È un bel leone, no? - disse Macomber. Adesso sua moglie guardò lui. Guardava quegli uomini, entrambi, come se non li avesse mai visti.

Uno, Wilson, il cacciatore bianco, sapeva di non averlo mai visto per davvero. Era un uomo di statura media con i capelli biondicci, un paio di baffi corti e ispidi, una faccia molto rossa e due freddissimi occhi celesti con agli angoli delle sottili rughe bianche che quando sorrideva s'incidevano allegramente nella pelle del suo viso. Ora Wilson le sorrise e lei spostò lo sguardo dal viso di lui al modo in cui le sue spalle spiovevano sotto la giubba troppo grande che indossava, con le quattro grosse cartucce infilate negli occhielli dove avrebbe dovuto esserci il taschino sinistro, alle sue manacce brune, ai calzoni vecchi, agli stivali sporchissimi e di nuovo alla faccia rossa. Notò il punto in cui il rosso acceso del viso si fermava contro una riga bianca che segnava il cerchio lasciato dal suo Stetson, ora appeso a uno dei pioli del palo della tenda.

- Be', al leone, - disse Robert Wilson. Tornò a sorridere e, senza sorridere, lei guardò incuriosita suo marito.

Francis Macomber era un uomo molto alto, e anche molto ben fatto se ti piacevano quelle ossa troppo lunghe, era bruno, con i capelli corti come quelli di un canottiere e due labbra piuttosto sottili, ed era considerato un bell'uomo. Portava indumenti da safari dello stesso tipo di quelli indossati da Wilson, solo che i suoi erano nuovi, lui aveva trentacinque anni, si teneva in forma, era un buon giocatore di tennis, aveva vinto un mucchio di gare di pesca d'altura, e aveva appena dimostrato, davanti a tutti, di essere un codardo.

- Al leone, - disse. -Non potrò mai ringraziarla per quello che ha fatto.

Margaret, sua moglie, distolse lo sguardo dal marito per riportarlo su Wilson.

- Non parliamo del leone, - disse.

Wilson la guardò senza sorridere, e allora a sorridergli fu lei.

- È stata una giornata molto strana, - disse. -Non avrebbe dovuto mettersi il cappello anche sotto la tenda, a mezzogiorno? Me l'ha detto lei, sa.

- Me lo potrei mettere, - disse Wilson.

- Sa che è molto rosso in faccia, signor Wilson? - gli disse lei, e sorrise di nuovo.

- Il bere, - disse Wilson.

- Non credo, - disse lei. -Francis beve come una spugna, eppure non è mai rosso in faccia.

- Oggi sì, - tentò di scherzare Macomber.

- No, - disse Margaret. -Oggi rossa in faccia sono io. Ma il signor Wilson è sempre rosso in faccia.

- Sarà un fatto di costituzione, - disse Wilson. -Le dispiacerebbe lasciar perdere? La mia bellezza, insomma, non è un grande argomento, eh?

- Ho appena cominciato.

- Be', finiamola, - disse Wilson.

- Sarà difficile fare conversazione, - disse Margaret.

- Non essere sciocca, Margot, - disse suo marito.

- Perché difficile? - disse Wilson. -Abbiamo preso un bellissimo leone.

Margot li guardò entrambi ed entrambi si accorsero che stava per piangere. Wilson se lo aspettava da un pezzo e lo temeva. Macomber non era più in grado di temerlo.

- Vorrei che non fosse accaduto. Oh, vorrei che non fosse accaduto, - disse lei, e si avviò verso la sua tenda. Piangendo non faceva il minimo rumore, ma si vedevano le sue spalle sussultare sotto la stoffa della camicia che indossava, che era rosa e resistente ai raggi del sole.

- I crucci delle donne, - disse Wilson all'uomo alto. -Non è niente. Tensione nervosa e una cosa e l'altra.

- No, - disse Macomber. -Credo che ormai porterò questo marchio per tutto il resto della mia vita.

- Sciocchezze. Beviamo un goccio dell'ammazzagiganti, - disse Wilson. -Si dimentica tutto. Non ha proprio nessuna importanza.

- Potremmo provarci, - disse Macomber. - Ma non dimenticherò quello che ha fatto per me.

- Niente, - disse Wilson. -Tutte sciocchezze.

Così rimasero là seduti all'ombra dov'erano piantate le tende sotto le ampie chiome di un gruppo di acacie con un dirupo costellato di massi dietro di loro, e davanti uno spiazzo erboso che scendeva fino alla riva di un corso d'acqua pieno di massi con la foresta al di là, e bevvero i loro succhi di limetta, freschi al punto giusto, ed evitarono di guardarsi mentre i boys apparecchiavano la tavola per il pranzo. Wilson era sicuro che a quest'ora i boys sapevano tutto, e quando vide il boy personale di Macomber guardare incuriosito il suo padrone mentre metteva i piatti sulla tavola gli fece una sfuriata in swahili. Il boy voltò le spalle con una faccia priva di espressione.

- Cosa gli stava dicendo? - domandò Macomber.

- Niente. Gli ho detto di svegliarsi se non vuole che gliene faccia dare una quindicina di quelle sode.

- Di cosa? Scudisciate?

- È assolutamente illegale, - disse Wilson. -Si dovrebbero multare.

- Lei li fa ancora frustare?

- Oh, sì. Potrebbero fare il diavolo a quattro se decidessero di reclamare. Ma non lo fanno. Preferiscono questo alle multe.

- Che strano! - disse Macomber.

- Non è strano, veramente, - disse Wilson. -Lei cosa preferirebbe fare? Cavarsela con una buona fustigazione o rimetterci la paga?

Poi si sentì in imbarazzo per aver fatto quella domanda e prima che Macomber potesse rispondere soggiunse: «Pigliamo tutti la nostra batosta quotidiana, sa, in un modo o nell'altro».

Non che questo fosse meglio. Buon Dio, pensò. Sono un vero diplomatico, no?

- Sì, pigliamo la nostra batosta quotidiana, - disse Macomber, sempre senza guardarlo. -Non immagina quanto mi rincresce per la storia del leone. Ma la cosa finisce qui, no? Volevo dire, non lo saprà nessuno. Eh?

- Vuol sapere se andrò a raccontarlo al Mathaiga Club?

Ora Wilson lo guardava freddamente. Questo non se lo aspettava. Allora è anche un uomo maledettamente stupido oltre che un maledettissimo vigliacco, pensò. E dire che fino a oggi mi era piuttosto simpatico. Ma come si fa a capire cosa frulla nella testa di un americano?

- No, - disse Wilson. -Io sono un cacciatore di professione. Noi non parliamo mai dei nostri clienti. Su questo può stare tranquillo. Ma raccomandarci di non parlarne è considerato cattiva educazione.

Aveva ormai deciso che rompere sarebbe stato assai più facile. Così avrebbe mangiato da solo e durante i pasti avrebbe potuto leggere un libro. Loro avrebbero mangiato per conto proprio. Li avrebbe aiutati nel safari senza uscire dal binario della semplice cortesia - come dicevano i francesi? con la più distinta considerazione - e sarebbe stato maledettamente più facile che doversi sorbire tutte queste insulsaggini emotive. Wilson avrebbe offeso Macomber e ci sarebbe stata una bella rottura, netta. Così avrebbe potuto leggere durante i pasti e avrebbe ancora bevuto il loro whisky. Era la frase che si diceva quando il safari prendeva una brutta piega. Incontravi un altro cacciatore bianco e gli chiedevi: «Come va la vita?» e lui rispondeva: «Oh, sto ancora bevendo il loro whisky», e sapevi che era andato tutto a rotoli.

- Mi spiace, - disse Macomber, e lo guardò con la sua faccia americana che sarebbe rimasta quella di un adolescente finché lui non avesse raggiunto la mezza età, e Wilson notò i suoi capelli a spazzola, i suoi begli occhi solo un tantino sfuggenti, il naso diritto, le labbra sottili e la mascella ben disegnata. - Mi spiace, non me n'ero reso conto. Ci sono tante cose che non so.

Che poteva fare, dunque?, pensò Wilson. Era prontissimo a rompere, alla svelta e nettamente, ed ecco che il furfante si scusava dopo essere stato appena insultato. Fece un altro tentativo. «Non dirò una parola, stia tranquillo» disse. «Devo guadagnarmi la vita. Saprà pure che in Africa non c'è donna che manchi il suo leone e non c'è bianco che tagli la corda.»

- Sono scappato come un coniglio, - disse Macomber.

Ecco. Cosa diavolo potevi fare con un uomo che parlava così? si domandava Wilson.

Wilson guardò Macomber con i suoi occhi smorti e azzurri da mitragliere e l'altro reagì con un sorriso. Aveva un sorriso simpatico, se non badavi a quello che gli passava negli occhi quando era stato mortificato.

- Forse potrò rifarmi con i bufali, - disse. -La prossima volta tocca a loro, no?

- Domattina, se vuole, - disse Wilson. Forse si era sbagliato. Forse aveva commesso un errore. Ma certo, era così che bisognava prenderla. Valli a capire, questi americani. Così Wilson era di nuovo a fianco di Macomber. Se potevi dimenticare la mattina. Ma naturalmente non potevi. E la mattina era andata proprio male.

- Ecco che arriva la memsahib, - disse. La moglie di Macomber stava venendo dalla sua tenda con un'aria rinfrescata e allegra e molto amabile. Aveva un volto ovale perfettissimo, così perfetto che la credevi un'oca. Ma un'oca non era, pensò Wilson, nossignore, non era affatto un'oca.

- Come sta il signor Wilson, con la sua bella faccia rossa? Ti senti meglio, Francis, tesoro mio?

- Oh, molto, - disse Macomber.

- Ho deciso che è meglio lasciar perdere, - disse lei, sedendosi a tavola. -Che importanza può avere se Francis è bravo ad ammazzare i leoni? Non è mica il suo mestiere. È il mestiere del signor Wilson. Il signor Wilson fa veramente impressione, perché è capace di ammazzare qualunque cosa. Non è vero che lei ammazza qualunque cosa?

- Oh, sì, qualunque cosa, - disse Wilson. -Proprio qualunque cosa.

Sono, pensava, le più dure della terra; le più dure, le più crudeli, le più rapaci e le più affascinanti, e i loro uomini si sono rammolliti, o hanno perso il controllo dei loro nervi, mentre loro si sono indurite. O è che scelgono gli uomini che sono in grado di manipolare? Non possono saperla tanto lunga all'età alla quale si sposano, pensò. Wilson era contento di essersi già fatto una cultura sulle donne americane, perché questa era proprio affascinante.

- Domattina andremo a caccia di bufali, - le disse.

- Vengo anch'io, - disse lei.

- No, lei no.

- Oh sì, che vengo. Non posso, Francis?

- Perché non resti al campo?

- Per nulla al mondo, - disse lei. -Non vorrei perdermi una cosa come oggi.

Quando se n'era andata, stava pensando Wilson, quando si era allontanata per piangere sembrava una gran donna. Sembrava comprendere, capire, soffrire per lui e per sé e sapere come stavano le cose. Si allontana per venti minuti e ora è qui di nuovo, intatta, sotto lo smalto di quella crudeltà femminile americana. Sono le più odiose. Davvero le più odiose.

- Domani daremo un altro spettacolo per te, - disse Francis Macomber.

- Lei non viene, - disse Wilson.

- Si sbaglia di grosso, - disse lei. -E voglio tanto rivederla all'opera. Stamattina è stato adorabile. Se può dirsi adorabile, cioè, portare via la testa a un animale.

- Ecco il pranzo, - disse Wilson. -Lei è molto allegra, no?

- Perché no? Non sono venuta qui per annoiarmi.

- Be', non è stato noioso, - disse Wilson. Vedeva i massi nel fiume e l'alta sponda con gli alberi, al di là, e non aveva dimenticato quel mattino.

- Oh no, - disse lei. -È stato delizioso. E domani. Non immagina l'ansia con cui aspetto che venga domani.

- È antilope alcina quella che le stanno servendo, - disse Wilson.

- Sono quei bestioni un po' simili alle vacche che saltano come lepri, no?

- Mi sembra una buona descrizione, - disse Wilson.

- La carne è ottima, - disse Macomber.

- L'hai uccisa tu, Francis? - chiese lei.

- Sì.

- Non sono pericolose, vero?

- Solo se ti cascano addosso, - le disse Wilson.

- Sono proprio contenta.

- Perché non la pianti con le tue carognate, Margot, almeno per un po'? - disse Macomber, tagliando la bistecca di antilope e mettendo un po' di purè di patate, di sugo e di carote sulla forchetta rivolta all'ingiù con i rebbi piantati nel pezzo di carne.

- Potrei anche farlo, forse, - disse lei, -visto che me lo chiedi con tanta delicatezza.

- Stasera berremo champagne per il leone, - disse Wilson. -A mezzogiorno fa un po' troppo caldo.

- Oh, il leone, - disse Margot. -Avevo dimenticato il leone!

Allora, pensava Robert Wilson tra sé, è proprio lei che vuole tormentarlo, no? O che sia la sua idea di far bella figura? Come dovrebbe comportarsi, una donna, quando scopre che suo marito è un gran vigliacco? È una donna maledettamente crudele, ma sono tutte crudeli. Comandano loro, si capisce, e per comandare si dev'essere crudeli, certe volte. Però io ne ho abbastanza, del loro maledetto terrorismo.

- Prenda un altro po' di antilope, - le disse educatamente.

Quel pomeriggio, sul tardi, Wilson e Macomber uscirono in macchina con il guidatore indigeno e i due portatori di fucile. La signora Macomber restò al campo. Faceva troppo caldo per andare in giro, disse, e li avrebbe accompagnati la mattina di buon'ora. Mentre si allontanavano, Wilson la vide là in piedi sotto il grosso albero, più carina che bella nel suo cachi sfumato di rosa, con i capelli neri pettinati all'indietro e raccolti in un nodo sulla nuca, la faccia fresca, pensò, come se fosse in Inghilterra. Li salutò con la mano mentre la macchina si allontanava tra l'erba alta della valletta e descriveva una curva tra gli alberi fino a sparire nella boscaglia che copriva le colline.

In mezzo alla boscaglia trovarono un branco di impala, e lasciando la macchina inseguirono un vecchio maschio con le corna lunghe e larghe, e Macomber lo uccise con un colpo assai pregevole che abbatté l'animale a duecento metri buoni e fece fuggire il resto del branco in una sarabanda di impala che facevano balzi selvaggi saltando l'uno sul dorso dell'altro in lunghi voli con le zampe ripiegate, incredibili e sospesi come quelli che a volte si fanno nei sogni.

- Quello era un bel colpo, - disse Wilson. -Sono un bersaglio piccolo.

- È un trofeo che merita? - chiese Macomber.

- È eccellente, - gli disse Wilson. -Spari così e non avrà problemi.

- Crede che troveremo i bufali, domani?

- Ci sono buone probabilità. Vanno al pascolo la mattina presto, e può darsi che con un po' di fortuna si riesca a sorprenderli all'aperto.

- Vorrei far dimenticare la storia del leone, - disse Macomber. -Non è molto simpatico esser visti da tua moglie mentre fai una cosa simile.

Io direi che sarebbe ancora più antipatico farla, pensò Wilson, moglie o non moglie, o parlarne dopo averla fatta. Invece disse:

- Io non ci penserei più. Chiunque potrebbe farsi impressionare dal suo primo leone. Capitolo chiuso.

Ma quella sera dopo la cena e un whisky and soda accanto al fuoco prima di andare a letto, mentre Francis Macomber giaceva nella sua branda con la barra della zanzariera sopra la testa e ascoltava i rumori della notte, il capitolo non era chiuso. Non era né chiuso né aperto. Era lì, proprio come si era svolto, con certe parti in indelebile risalto, e lui provava una vergogna sconfinata. Ma più della vergogna si sentiva, dentro, una paura fredda e cavernosa. La paura era sempre lì come una grotta fredda e sdrucciolevole in tutta la sua vacuità, lì dove una volta c'era la sua fiducia in se stesso, e gli faceva venire il voltastomaco. Anche adesso era sempre lì con lui.

Era cominciato la notte prima, quando lui si era svegliato e aveva udito il leone ruggire lungo il fiume, chissà dove. Era un suono profondo, e alla fine c'erano come dei grugniti tossicchianti da cui sembrava che la belva fosse appena fuori dalla tenda, e quando Francis Macomber si svegliò in piena notte e l'udì, ebbe paura. Sentiva sua moglie respirare tranquillamente, addormentata. Non c'era nessuno a cui dire che aveva paura, nessuno che avesse paura insieme a lui, e Macomber, là disteso, solo, non conosceva quel proverbio somalo che dice che ogni uomo coraggioso si fa spaventare tre volte da un leone; la prima volta che vede le sue orme, la prima volta che lo sente ruggire e la prima volta che se lo trova davanti. Poi, mentre facevano colazione alla luce della lanterna, fuori, nella tenda della mensa, prima che il sole spuntasse, il leone tornò a ruggire e Francis pensò che doveva essere proprio ai margini dell'accampamento.

- Sembra un animale vecchio, - disse Robert Wilson, alzando lo sguardo dalle aringhe affumicate e dal caffè. -Sentite come tossisce.

- È molto vicino?

- Un chilometro e mezzo a monte del fiume, o giù di lì.

- Riusciremo a vederlo?

- Andremo a dare un'occhiata.

- Va così lontano il suo ruggito? Si direbbe che fosse proprio qui.

- Va molto lontano, - disse Robert Wilson. -È curioso che si senta così lontano. Spero che sia una bella bestia alla quale si possa sparare. I boys dicevano che ce n'era uno grossissimo, da queste parti.

- Se mi viene a tiro, dove dovrei colpirlo, - chiese Macomber, -per fermarlo?

- Alla spalla, - disse Wilson. -Nel collo, se ci riesce. Spari all'osso. Lo metta giù.

- Spero di riuscire a colpirlo come si deve, - disse Macomber.

- Lei spara benissimo, - gli disse Wilson. -Ci vada piano. Spari a colpo sicuro. Il primo messo a segno è quello che conta.

- A che distanza sarà?

- Non saprei. Dipende dal leone. Spari solo a colpo sicuro. Quand'è abbastanza vicino.

- A meno di cento metri? - chiese Macomber. Wilson gli rivolse un'occhiata frettolosa.

- Cento va bene. Può anche darsi che le venga più vicino. Non dovrebbe cercare di sparargli a una distanza molto superiore. Cento è una distanza ragionevole. A cento metri può colpirlo dove vuole. Ecco che arriva la memsahib.

- Buongiorno, - disse lei. -Allora, ci mettiamo a seguire quel leone?

- Appena avrà mangiato, - disse Wilson. -Come sta?

- Magnificamente, - disse lei. - Sono eccitatissima.

- Vado a vedere se è tutto pronto.

Wilson si allontanò. Mentre se ne andava, il leone tornò a ruggire.

- Brutto fracassone, - disse Wilson. -Ma ti faremo smettere.

- Che c'è, Francis? - gli domandò sua moglie.

- Nulla, - disse Macomber.

- Non è vero, - disse lei. -Sei agitato. Cos'hai?

- Nulla, - disse lui.

- Dimmelo. Lo guardò. -Non stai bene?

- Sono quei maledetti ruggiti,  disse lui. -È andato avanti così tutta la notte, sai.

- Perché non mi hai svegliato? - disse lei. -Mi sarebbe piaciuto sentirlo.

- Devo ammazzare quella maledetta bestia, - disse Macomber, e sembrava giù di corda.

- Be', è per questo che sei qui, no?

- Sì. Ma sono nervoso. Sentire i suoi ruggiti mi dà ai nervi.

- Allora, come ha detto Wilson, ammazzalo e fallo smettere di ruggire.

- Sì, cara, - disse Francis Macomber. - Sembra facile, no?

- Non hai paura, eh?

- Naturalmente no. Però mi ha innervosito, sentirlo ruggire tutta la notte.

- Sta' tranquillo, lo ucciderai, - disse lei. - Lo so. Sono così ansiosa di vederlo.

- Finisci la colazione e ci metteremo in moto.

- È ancora buio, - disse lei. -Che ora ridicola.

Proprio allora il leone ruggì, e una vibrazione profonda, lamentosa, ascendente, improvvisamente gutturale parve far tremare l'aria, finendo con un sospiro e un profondo, sonoro brontolio.

- Sembra qui, - disse la moglie di Macomber.

- Dio mio, - disse Macomber. - Non sopporto questa maledetta cagnara.

- È davvero impressionante.

- Impressionante? È spaventosa.

Proprio allora arrivò Robert Wilson col suo Gibbs 505, corto, brutto e con la canna grossissima.

Sorrideva.

- Andiamo, - disse. -Il suo portatore ha lo Springfield e la carabina di grosso calibro. È tutto in macchina. Avete preso un po' di munizioni?

- Sì.

- Io sono pronta, - disse la signora Macomber.

- Dobbiamo fargli smettere di far tanto baccano, - disse Wilson. -Si metta davanti, lei. La memsahib può stare qui dietro con me.

Salirono in macchina e, nella prima luce grigia del giorno, si allontanarono tra gli alberi, lungo la riva del fiume. Macomber aprì l'otturatore della carabina e vide che era caricata con cartucce blindate, chiuse l'otturatore e mise la sicura. Notò che gli tremavano le mani. Si frugò in tasca per sentire quante cartucce aveva e passò le dita su quelle infilate nella cartucciera. Si girò verso Wilson, che stava seduto con sua moglie sul sedile posteriore della tozza macchina priva di portiere, entrambi eccitati e sorridenti, e Wilson si sporse in avanti e sussurrò: «Vede? Gli uccelli si abbassano. Segno che il nostro amico ha lasciato la sua preda.» Sull'altra riva del fiume Macomber vide, sopra gli alberi, gli avvoltoi che volavano in cerchio e scendevano a perpendicolo.

- È probabile che venga a bere da queste parti, - sussurrò Wilson.

- Prima di andare a rifornirsi. Tenete gli occhi aperti.

Stavano viaggiando lentamente lungo l'alta riva del fiume che qui formava una profonda incisione nel terreno fino al suo letto cosparso di macigni, e il loro tortuoso itinerario li portava ora dentro ora fuori dalle propaggini della foresta. Macomber stava guardando l'altra riva quando sentì che Wilson lo prendeva per un braccio. La macchina si fermò.

- Eccolo, - lo udì mormorare. -Davanti a noi, sulla destra. Scenda e vada a prenderlo. È un magnifico leone.

Allora Macomber vide il leone. Era di profilo, con la grossa testa alta e voltata nella loro direzione. La brezza del primo mattino che spirava verso di loro gli scompigliava appena la criniera scura, e il leone sembrava enorme, così stagliato sulla parte più alta della riva nella grigia luce mattutina, con le spalle massicce e il corpo cilindrico agile e vigoroso.

- A che distanza è? - chiese Macomber, alzando il fucile.

- Settanta metri circa. Scenda e vada a prenderlo.

- Non potrei sparargli da qui?

- Non si spara ai leoni dalle macchine, - si sentì mormorare, all'orecchio, da Wilson. -Scenda. Non rimarrà là tutto il giorno.

Macomber uscì dal vano tondeggiante di fianco al sedile anteriore, mise il piede sul predellino e scese a terra. Il leone era sempre fermo e guardava maestosamente e con freddezza quest'oggetto che ai suoi occhi, sullo sfondo degli alberi, doveva sembrare grosso come il più grosso dei rinoceronti. Sopravvento, non sentiva l'odore dell'uomo, e guardava l'oggetto muovendo un po' il testone di qua e di là. Poi, mentre guardava l'oggetto, senza paura, ma esitando ad andar giù a bere con quella cosa là davanti a lui, vide che se ne staccava la figura di un uomo e voltò la testa pesante e fece per correre al riparo degli alberi quando udì uno schianto repentino e sentì l'urto di una palla piena calibro 30.06 da 220 grani che gli squarciò il fianco e gli riempì lo stomaco di una nausea improvvisa e cocente. Sentendosi pesante e impacciato, con la pancia piena e la testa che girava per la ferita, trotterellò tra gli alberi verso l'erba alta, dove avrebbe potuto rifugiarsi, quando si udì un secondo schianto, e qualcosa sibilò sopra di lui squarciando l'aria. Poi lo schianto tornò a farsi sentire e lui incassò il colpo, che gli bucò le costole inferiori e gli affondò nel corpo, e allora galoppò, col sangue caldo che improvvisamente gli schiumava dalla bocca, verso l'erba alta dove avrebbe potuto accovacciarsi e rendersi invisibile e costringerli a portare quell'oggetto che faceva gli schianti tanto vicino da poter spiccare un balzo e atterrare l'uomo che lo imbracciava.

Macomber non aveva pensato a come si sentisse il leone, quando era sceso dalla macchina. Sapeva solo che gli tremavano le mani, e mentre si allontanava dalla macchina gli era quasi impossibile muovere le gambe. All'altezza delle cosce erano rigide, ma sentiva i muscoli tremare. Alzò la carabina, mirò alla giuntura fra la testa e le spalle del leone e tirò il grilletto. Non accadde nulla, anche se Macomber tirò fino a pensare che si sarebbe spezzato il dito. Solo allora si rese conto che non aveva tolto la sicura, e mentre abbassava la carabina per togliere la sicura fece rigidamente un altro passo avanti e il leone, vedendo ora la sua silhouette ben distinta da quella della macchina, si voltò e partì al trotto e Macomber, quando sparò, udì un tonfo che voleva dire che il proiettile era andato a segno; ma il leone non si fermò. Macomber sparò una seconda volta, e tutti videro la pallottola sollevare uno spruzzo di terra oltre il leone trotterellante. Sparò ancora, ricordandosi di abbassare la mira, e tutti udirono il tonfo della pallottola che colpiva, e il leone si mise a galoppare e sparì nell'erba alta prima che lui toccasse la leva dell'otturatore.

Macomber restò là con un gran senso di nausea, stringendo tra le mani lo Springfield pronto a sparare, e sua moglie e Robert Wilson erano accanto a lui. Al suo fianco c'erano anche i due portatori di fucile, che baccagliavano tra loro in wakamba.

- L'ho colpito, - disse Macomber. -L'ho colpito due volte.

- Sì. Una al fianco e una un po' più avanti, - disse Wilson senza entusiasmo. I portatori, molto seri, ora tacevano.

- Potrebbe averlo ucciso, - continuò Wilson. -Dovremo aspettare un po' prima di andare a vedere.

- Cosa intende dire?

- Lasciamo che si sfianchi prima di seguirlo.

- Oh, - disse Macomber.

- È un gran bel leone, - disse Wilson allegramente. -Però si è appiattato in un brutto posto.

- Brutto? Perché?

- Perché non possiamo vederlo finché non gli siamo addosso.

- Oh, - disse Macomber.

- Andiamo, - disse Wilson. - La memsahib può restare qui in macchina. Noi andremo a dare un'occhiata alle tracce di sangue.

- Resta qui, Margot, - disse Macomber a sua moglie. Aveva la bocca molto asciutta e gli riusciva difficile parlare.

- Perché? - domandò lei.

- Lo dice Wilson.

- Noi andiamo a dare un'occhiata, - disse Wilson. -Lei rimanga qui. Da qui può vederci ancora meglio.

- Va bene.

Wilson parlò in swahili al conducente, che annuì e disse:

- Sì, buana.

Poi scesero la sponda scoscesa e attraversarono il fiume, scavalcando i macigni o girandovi intorno, e si arrampicarono su per l'altra riva, attaccandosi a qualche radice sporgente, e risalirono il fiume finché non ebbero trovato il punto dove stava trottando il leone quando Macomber aveva sparato il primo colpo. Sull'erbetta c'era del sangue nero che i portatori indicarono con qualche filo d'erba, e che spariva dietro gli alberi sulla riva del fiume.

- Che si fa? - chiese Macomber.

- Non abbiamo molta scelta, - disse Wilson. -Non possiamo portare qui la macchina. La sponda è troppo ripida. Aspetteremo che s'irrigidisca un po' e poi andremo dentro a cercarlo, io e lei.

- Non possiamo dar fuoco all'erba? - chiese Macomber.

- Troppo verde.

- Non possiamo mandare i battitori?

Wilson gli rivolse un'occhiata indagatrice.

- Certo che possiamo, - disse. -Ma sarebbe un po' da criminali. Vede, noi sappiamo che il leone è ferito. Fosse sano, si potrebbe fare la battuta: quando sente rumore, scappa via. Ma un leone ferito attacca. Non lo vedi finché non gli sei addosso. È capace di nascondersi, schiacciandosi al suolo, dove non penseresti che potrebbe nascondersi una lepre. In queste condizioni non si possono mandare là dentro i battitori. Qualcuno ne uscirebbe con le ossa rotte.

- E i portatori di fucile?

- Oh, quelli vengono con noi. È il loro shauri. Vede, hanno preso un impegno. Ma non sembrano troppo contenti, eh?

- Non voglio andare là dentro, - disse Macomber. Gli era scappata prima che si rendesse conto di averlo detto.

- Nemmeno io, - disse Wilson molto allegramente. - Ma non c'è altra scelta, davvero.

Poi, come se ci avesse pensato solo allora, guardò Macomber e improvvisamente vide che tremava, e l'espressione penosa del suo viso.

- Non occorre che venga anche lei, naturalmente, - disse. -È per questo che m'ingaggiano, sa. Ecco perché sono così caro.

- Vuol dire che andrebbe là dentro da solo? Perché non lo lasciamo là?

Robert Wilson, che fino a quel momento si era preoccupato esclusivamente del leone e del problema che rappresentava, e che non aveva pensato a Macomber se non per notare che era piuttosto impaurito, ebbe a un tratto l'impressione di aver aperto la porta sbagliata in un albergo e di aver visto una cosa vergognosa.

- Come sarebbe a dire?

- Perché non lo lasciamo perdere?

- Vorrebbe farci credere, a tutt'e due, che il leone non è stato colpito?

- No. Facciamola finita.

- Non è finita.

- Perché no?

- In primo luogo, è certo che l'animale sta soffrendo. Secondariamente, potrebbe trovarselo davanti qualcun altro.

- Capisco.

- Ma lei non è tenuto a occuparsene.

- Mi piacerebbe, - disse Macomber. -Ho solo fifa, sa.

- Quando ci muoveremo andrò avanti io, - disse Wilson, -con Kongoni che segue le tracce. Lei si tenga dietro di me e un po' da un lato. È probabile che lo si senta ringhiare. Se lo vediamo, spareremo tutt'e due. Non si preoccupi di nulla. La spalleggio io. Veramente, sa, forse farebbe meglio a non venire. Potrebbe essere molto meglio. Perché non torna dalla memsahib mentre qui me la sbrigo io?

- No, voglio venire.

- Va bene, - disse Wilson. -Ma non venga se non vuole. Ora questo è il mio shauri, sa.

- Voglio venire, - disse Macomber.

Si sedettero a fumare sotto un albero.

- Vuole tornare indietro a parlare con la memsahib mentre noi aspettiamo qui? - chiese Wilson.

- No.

- Allora farò un salto io per dirle di avere pazienza.

- Bene, - disse Macomber.

Rimase là seduto, con il sudore che gli colava sotto le braccia, la bocca asciutta, un vuoto nello stomaco, e una gran voglia di trovare il coraggio di dire a Wilson di andare a finire il leone senza di lui. Non poteva sapere che Wilson era furioso per non essersi accorto prima dello stato in cui Macomber si trovava e per non averlo mandato da sua moglie. Mentre stava là seduto arrivò Wilson.

- Ho portato il suo cannone, - disse. -Tenga. Gli abbiamo dato abbastanza tempo, credo. Forza.

Macomber prese la carabina più grossa e Wilson disse: «Stia dietro di me, a quattro o cinque metri sulla destra, e faccia esattamente come le dico io.» Quindi parlò in swahili ai due portatori di fucile, che erano il ritratto della costernazione.

- Andiamo, - disse.

- Potrei avere un sorso d'acqua? - chiese Macomber.

Wilson si rivolse al più vecchio dei due portatori, che aveva una borraccia attaccata alla cintura, e l'uomo la sganciò, ne svitò il tappo e la porse a Macomber, il quale nel prenderla non poté far a meno di notare che sembrava stranamente pesante, mentre al tatto il rivestimento di feltro era ruvido e peloso. La sollevò per bere e guardò davanti a sé la distesa di erba alta sullo sfondo degli alberi con le chiome appiattite. Una brezza spirava verso di loro e l'erba sfiorata dal vento s'increspava dolcemente. Guardò il portatore e vide che aveva paura anche lui.

A meno di trenta metri, in mezzo all'erba, il grosso leone si teneva appiattito contro il suolo. Aveva le orecchie abbassate e il suo unico movimento era un leggero fremito, su e giù, della lunga coda col ciuffo nero. Si era messo sul chi vive appena aveva raggiunto questo nascondiglio e soffriva per la ferita nella pancia, che era piena, e continuava a indebolirsi per quella ai polmoni, che gli faceva salire alla bocca una rada schiuma rossa ogni volta che respirava. I suoi fianchi erano umidi e caldi e le mosche si posavano sulle piccole aperture che i proiettili avevano praticato nella sua pelle fulva, e i suoi occhioni gialli, trasformati in due fessure dall'odio, guardavano diritto davanti a loro, chiudendosi solo quando, col respiro, veniva anche il dolore, e i suoi artigli erano piantati nella terra soffice cotta dal sole. Tutto in lui, dolore, nausea, odio e ogni forza residua, confluiva nell'assoluta concentrazione indispensabile per un attacco. Il leone sentiva gli uomini parlare e aspettava, raccogliendosi tutto in questa preparazione dell'attacco che avrebbe scatenato appena gli uomini fossero entrati nella radura. Quando sentì le voci la sua coda s'irrigidì, muovendosi su e giù, e quando gli uomini misero piede tra l'erba il leone mandò un grugnito cavernoso e attaccò.

Kongoni, il vecchio portatore di fucile, che in testa seguiva le tracce di sangue, Wilson che spiava l'erba per cogliere ogni movimento, con la sua grossa carabina pronta a sparare, il secondo portatore che guardava davanti a sé e tendeva l'orecchio, Macomber vicino a Wilson con la carabina spianata, avevano appena mosso qualche passo in mezzo all'erba quando Macomber udì il grugnito cavernoso, soffocato dal sangue, e vide l'erba aprirsi con un fruscio. Dopo di che seppe solo che correva; che correva all'impazzata, terrorizzato, fuori dalla boscaglia, che correva verso il fiume.

Udì il cara-uong! della grossa carabina di Wilson, e poi un secondo, assordante cara-uong!, e voltandosi vide il leone, orribile, ormai, con mezza testa che pareva saltata via, il quale si trascinava verso Wilson ai margini della radura mentre l'uomo dalla faccia rossa manovrava l'otturatore del suo tozzo e brutto schioppo e prendeva attentamente la mira mentre un altro fragoroso cara-uong! usciva dalla bocca della carabina, e la mole gialla, greve, strisciante del leone s'irrigidiva e l'enorme testa mutilata scivolava in avanti e Macomber, solo nella radura dov'era arrivato di corsa, impugnando una carabina carica, mentre due uomini neri e un uomo bianco lo guardavano con disprezzo, seppe che il leone era morto. Avanzò verso Wilson, vergognandosi dell'alta statura che lo esponeva al loro dileggio, e Wilson lo guardò e disse:

- Vuole scattare qualche fotografia?

- No, - disse.

Nessuno ebbe altro da dire finché non raggiunsero la macchina. Poi Wilson aveva detto: «Un gran bel leone. I boys lo scuoieranno. Tanto vale star qui all'ombra.» La moglie di Macomber non lo aveva guardato e lui non aveva guardato lei e si era seduto al suo fianco sul sedile posteriore, mentre Wilson si sedeva davanti. Una volta aveva allungato la mano per prendere, senza guardarla, quella della moglie, e lei l'aveva respinta. Guardando attraverso il fiume verso il punto in cui i portatori di fucile stavano scuoiando il leone, Macomber comprese che sua moglie aveva potuto veder tutto. Mentre stavano là seduti Margot si era sporta in avanti e aveva messo una mano sulla spalla di Wilson. Wilson si era voltato e lei si era allungata verso di lui, protendendosi sopra il sedile basso, e lo aveva baciato sulla bocca.

- Ehi, dico, - disse Wilson, diventando più rosso del suo ben cotto colore naturale.

- Il signor Robert Wilson, - disse lei. -Il signor Robert Wilson con la sua bella faccia rossa.

Poi tornò a sedersi al fianco di Macomber e distolse lo sguardo per puntarlo, sull'altra riva del fiume, verso il punto dove giaceva il leone, con le zampe anteriori sollevate, sulle quali spiccavano i tendini e i muscoli bianchi messi a nudo, e con la pancia bianca e gonfia, mentre i neri scarnivano la pelle. Finalmente i portatori arrivarono con la pelle, umida e greve, e salirono dietro con essa, arrotolandola prima di montare, e la macchina partì. Nessuno aveva detto più niente finché non furono di nuovo al campo.

Questa era la storia del leone. Macomber non sapeva come si fosse sentito il leone prima di attaccarli, né durante l'attacco quando la sberla incredibile del 505, con una velocità iniziale di due tonnellate, lo aveva colpito alla bocca, né cosa lo spingesse ad avanzare dopo il colpo, quando il secondo scoppio lacerante gli aveva fiaccato i quarti posteriori e lui aveva continuato a strisciare verso l'oggetto assordante e sterminatore che lo aveva distrutto.

 

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