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Книга «Собака Баскервилей» (Il mastino dei Baskerville) на итальянском языке – читать онлайн

Книга «Собака Баскервилей» (Il mastino dei Baskerville) на итальянском языке читать онлайн, автор - Артур Конан Дойль. Повесть «Собака Баскервилей» (Il mastino dei Baskerville) считается одним из самых популярных произведений у английского писателя Артура Конан Дойля, и является такой своеобразной визитной карточкой классического детектива. Повесть «Собака Баскервилей» была переведена практически на все самые распространённые языки мира, в том числе и на итальянский.

 

Другие литературные произведения на итальянском языке можно читать онлайн или скачать в разделе «Книги на итальянском».

Теперь переходим к чтению детективной повести Артура Конан Дойля «Собака Баскервилей» (Il mastino dei Baskerville) на итальянском языке.

 

Il mastino dei Baskerville

 

Capitolo primo. Sherlock Home

 

Sherlock Holmes, che generalmente scendeva molto tardi al mattino tranne che nelle non rare occasioni quando rimaneva alzato tutta la notte, era già seduto al tavolo della colazione. Mi fermai sul tappeto accanto al caminetto a raccogliere il bastone dimenticato la sera prima dal nostro visitatore. Era un bel bastone col pomo rotondo, del tipo comunemente chiamato «Malacca». Proprio sotto l'impugnatura c'era una larga fascia d'argento con l'iscrizione «A James Mortimer, M.R.C.S. dai suoi amici del C.C.H.» e la data «1884». Era proprio il tipo di bastone adatto a un medico di famiglia vecchio stampo - dignitoso, solido, e rassicurante.

- Bene, Watson, che mi dice di quel bastone?

Holmes era seduto dandomi le spalle, e io non avevo fatto il benché minimo rumore.

- Come diamine sa cosa stavo facendo? Comincio a credere che lei abbia gli occhi anche dietro la testa.

- Non proprio, ma ho davanti a me una caffettiera placcata d'argento molto lucida, - rispose. Ma mi dica, Watson, che ne pensa del bastone del nostro visitatore? Dal momento che abbiamo avuto la sfortuna di non essere in casa al momento del suo arrivo e di non avere la minima idea del perché fosse venuto da noi, questo casuale souvenir diventa importante. Sentiamo come lei riesce, osservandolo, a dirmi qualcosa del proprietario.

- Secondo me, - risposi cercando per quanto possibile di seguire i metodi del mio amico, -il dottor Mortimer è un anziano medico di successo, molto stimato, dal momento che i suoi conoscenti gli hanno voluto dimostrare il loro apprezzamento con questo dono.

- Bene! - disse Holmes -Eccellente!

- Ritengo anche probabile che sia un medico condotto, che spesso va a piedi dai suoi pazienti.

- Da che lo deduce?

- Dal fatto che questo bastone, pur se in origine era molto bello, ora è talmente usato che non credo che un medico di città continuerebbe a servirsene. La punta di ferro è molto logora; è quindi evidente che è stato molto usato per andare a piedi.

- Perfettamente logico! - convenne Holmes.

- E poi, ci sono questi "amici del C.C.H." Direi che si riferisce ad amici del "Qualcosa della Caccia"1, un circolo locale di cui forse ha operato uno dei membri che ha voluto fargli questo regalo in segno di riconoscenza.

- Lei sta davvero superando se stesso, Watson, - disse Holmes alzandosi e accendendo una sigaretta. -Devo riconoscere che, in tutti i resoconti che lei ha voluto dare delle mie modeste imprese, ha sempre sottovalutato le sue capacità. Ci sono persone che, senza essere geniali, hanno l'abilità di stimolare la genialità in altri. Le confesso, caro amico, che sono molto in debito verso di lei.

Non aveva mai detto prima una cosa del genere e ammetto che le sue parole mi fecero molto piacere dato che spesso mi ero un po' risentito per la sua indifferenza nei confronti della mia ammirazione e dei miei tentativi di pubblicizzare i suoi metodi. Ero anche molto fiero per essere riuscito ad assorbire a tal punto il suo sistema da essere arrivato a servirmene io stesso in modo tale da conquistarmi la sua approvazione. Mi prese dalle mani il bastone, esaminandolo per un po' a occhio nudo. Poi, con aria interessata, posò la sigaretta e, portando il bastone accanto alla finestra, lo esaminò di nuovo con la lente.

- Interessante anche se elementare, - disse, rimettendosi a sedere nel suo angolo favorito del divano. -Ci sono un paio di indicazioni, su quel bastone, su cui possiamo fondare varie deduzioni.

-Qualcosa che mi è sfuggito? - chiesi, dandomi un po' di arie. -Spero di non aver trascurato indizi importanti?.

- Mio caro Watson, temo che quasi tutte le sue conclusioni fossero errate. Quando ho detto che lei mi stimolava intendevo dire, per essere sincero, che i suoi errori spesso mi hanno indirizzato alla verità. No, in questo caso lei non ha sbagliato del tutto. Il proprietario è senza dubbio un medico condotto. E un gran camminatore.

- Allora avevo ragione.

- Fin qui, senz'altro.

- Ma questo è tutto.

- No, no, caro Watson, non tutto - non è affatto tutto. Le suggerirei, per esempio, che più che un circolo della Caccia, è un ospedale che, in genere, offre un dono a un medico. E che quando le iniziali C.C. vengono prima della H di ospedale, è spontaneo pensare a "Charing Cross".

- Potrebbe aver ragione.

- Tutte le probabilità puntano in questa direzione. E, se partiamo da questo presupposto, abbiamo un nuovo punto di partenza per ricostruire l'immagine del nostro sconosciuto visitatore.

- Bene; supponiamo, allora, che "C.C.H." stia per "Charing Cross Hospital"; che altro possiamo dedurne?

- Non le viene in mente niente? Lei conosce i miei metodi. Li applichi!

- Posso solo pensare alla ovvia conclusione che, prima di ritirarsi in campagna, ha fatto il medico in città.

- Credo che potremmo spingerci un poco oltre. Guardi la cosa da un altro punto di vista. In quale occasione è più probabile che venga offerto un dono di questo genere? Quando è che i suoi amici si riunirebbero per dargli un pegno del loro affetto? Ovviamente, nel momento in cui il dottor Mortimer abbandona la pratica ospedaliera per dedicarsi a quella privata, in campagna. Sappiamo che gli è stato offerto un dono. Riteniamo che ci sia stato un passaggio dall'attività ospedaliera a quella privata. Sarebbe, dunque, azzardato ritenere che il dono gli è stato consegnato in occasione di quel cambiamento?

- Sembra molto probabile.

- Andiamo avanti. Noterà che non poteva fare parte dello staff medico dell'ospedale dal momento che solo un uomo con una vasta clientela propria potrebbe occupare un posto del genere, e quell'uomo non si ritirerebbe certo a fare il medico di campagna. Cosa faceva, allora? Se lavorava in ospedale ma non faceva parte dello staff, non poteva essere che un chirurgo o un medico generico interno - poco più di uno studente anziano. E ha lasciato l'ospedale cinque anni fa - c'è la data sul bastone. Quindi, il suo austero e maturo medico di famiglia svanisce, mio caro Watson, per lasciare il posto a un giovanotto sotto i trent'anni, amabile, senza ambizioni, distratto, e padrone di un amatissimo cane che, a occhio e croce, descriverei come più grande di un terrier e più piccolo di un mastino.

Mi misi a ridere, incredulo, mentre Holmes si adagiava più comodamente sul divano sbuffando anelli di fumo verso il soffitto.

- Per quanto riguarda l'ultima parte, - dissi, -non ho modo di controllare le sue asserzioni ma, se non altro, è facile trovare qualche notizia sulla sua età e sulla sua carriera professionale. Presi dal mio scaffale il Medical Directory e cercai il nominativo. C'erano molti Mortimer, ma uno soltanto poteva essere il nostro visitatore. Lessi il paragrafo ad alta voce:

Mortimer, James, M.R.C.S., 1882, Grimpen, Dartmoor, Devon. Dal 1882 al 1884, chirurgo interno presso il Charing Cross Hospital. Vincitore del Premio Jackson per la Patologia Comparata, con un saggio intitolato La Malattia è una Regressione? Membro corrispondente della Swedish Pathological Society. Autore di Scherzi dell'Atavismo (Lancet, 1882), e Facciamo Progressi? (Journal of Psychology, marzo 1883). Ufficiale sanitario per i distretti di Grimpen, Thorsley e High Barrow.

- Nessun cenno al locale circolo della caccia, Watson, - commentò Holmes con un sorriso malizioso. -Ma un medico condotto, come lei molto acutamente ha osservato. Credo che le mie deduzioni siano sufficientemente giustificate. In quanto agli aggettivi, se ben ricordo, ho usato i termini amabile, privo di ambizioni, e distratto. Secondo la mia esperienza, a questo mondo solo una persona amabile riceve dei pegni di amicizia, solo una persona priva di ambizioni abbandona una carriera a Londra per andarsene in campagna, e solo una persona distratta lascia il bastone, ma non un suo biglietto da visita, dopo aver aspettato per un'ora.

- E il cane?

- E stato addestrato a portare il bastone seguendo il padrone. Il bastone è pesante, e il cane lo afferrava saldamente a metà, e sono visibilissimi i segni dei denti. Come indica la distanza fra questi denti, la mascella del cane è troppo larga, secondo me, per un terrier ma non abbastanza larga per un mastino. Potrebbe trattarsi... ma sì, certo, di uno spaniel a pelo riccio.

Parlando, si era alzato e andava su e giù per la stanza. Si fermò nel vano della finestra. Il suo tono suonava talmente convinto che alzai, sorpreso, lo sguardo.

- Ma, amico mio, come può affermarlo con tanta sicurezza?

- Per il semplicissimo motivo che il cane è proprio alla nostra soglia ed ecco lo squillo del suo padrone. Rimanga, Watson, la prego. È un suo collega e la sua presenza può essermi utile. E questo il drammatico momento del destino, Watson, quando per le scale risuona un passo che sta per fare il suo ingresso nella nostra vita, e non sappiamo se per il bene o per il male. Che cosa il dottor James Mortimer, uomo di scienza, desidera chiedere a Sherlock Holmes, lo specialista del crimine? Avanti!

L'aspetto del nostro visitatore mi lasciò stupito. Mi ero immaginato il tipico medico di campagna e invece avevamo davanti un uomo molto alto, magro, con un lungo naso a becco che sporgeva fra due occhi grigi e penetranti, ravvicinati e scintillanti dietro gli occhiali montati in oro. Era vestito in maniera professionale anche se piuttosto trascurata, con una finanziera non troppo pulita e i calzoni sfilacciati all'orlo. Era giovane ma con la schiena già curva, e camminava tenendo in avanti il capo, come scrutando benevolmente il prossimo. Quando entrò, gli caddero gli occhi sul bastone che Holmes teneva in mano e si precipitò verso di lui con un grido di gioia. «Sono proprio contento», - disse. «Non sapevo se l'avevo lasciato qui o all'ufficio della Società di Navigazione. Non vorrei perdere quel bastone per nulla al mondo.»

- Un regalo, vedo, - disse Holmes.

- Sì, signore.

- Dal Charing Cross Hospital?

- Da un paio di miei amici che lavorano lì, in occasione del mio matrimonio.

- Oh, che peccato!, - esclamò Holmes scuotendo il capo.

- Che cosa è un peccato?

- Solo che lei ha mandato all'aria le nostre piccole deduzioni. Il suo matrimonio, dice?

- Sì, signore. Mi sono sposato e quindi ho abbandonato l'ospedale e, con esso, tutte le mie speranze di aprire uno studio medico. Dovevo farmi una famiglia.

- Via, via, dopotutto, non ci siamo poi sbagliati tanto, - disse Holmes. -E adesso, dottor James Mortimer...

- Signor Mortimer, semplicemente signor Mortimer - un umile M.R. C.S.

- E un uomo dalla mente molto precisa, ovviamente.

- Uno scienziato dilettante, signor Holmes, uno che raccatta conchiglie sulle spiagge del grande oceano ignoto. Immagino che sia il signor Sherlock Holmes quello al quale mi rivolgo, e non...

- No, questo è il mio amico, il dottor Watson.

- Lieto di conoscerla. Ho sentito fare il suo nome in relazione con quello del suo amico. Lei mi interessa molto, signor Holmes. Non mi aspettavo un cranio così dolicocefalo e uno sviluppo sopraorbitale così marcato. Le dispiacerebbe se passassi il dito lungo la sua fissura parietale? Un calco del suo cranio, signore, fino a quando non sarà disponibile l'originale, sarebbe un onore per qualsiasi museo antropologico. Non esagero, signore, se le confesso che desidererei ardentemente il suo cranio.

Holmes fece cenno al nostro strano ospite di accomodarsi. «Vedo che lei è un entusiasta nel suo campo come io lo sono nel mio», - commentò.

- Noto dal suo indice che si arrotola le sigarette da solo. Non faccia complimenti, ne accenda pure una.

L'uomo tirò fuori tabacco e cartine e arrotolò la sigaretta con sorprendente abilità. Aveva dita lunghe e palpitanti, agili e irrequiete come le antenne di un insetto.

Holmes non parlava, ma le sue rapide occhiate mi rivelavano fino a che punto quel nostro insolito ospite lo interessasse.

- Suppongo, signore, - disse finalmente, - che non è solo allo scopo di esaminare il mio cranio che lei mi ha fatto l'onore di venire ieri sera e di tornare oggi?

- No, no di certo; pur se sono felice di avere avuto l'opportunità di fare anche questo. Sono venuto da lei, signor Holmes, perché riconosco di non essere personalmente dotato di senso pratico e perché mi trovo improvvisamente di fronte a un problema molto grave e straordinario. Riconoscendo, come faccio, che lei è il secondo miglior esperto in Europa...

- Davvero, signore! Potrei domandarle a chi spetta l'onore di essere il primo?, - chiese Holmes con una certa asprezza.

- Chiunque abbia la mente precisa di uno scienziato, non può che essere fortemente attratto dall'opera di Monsieur Bertillon.

- Allora, non farebbe meglio a rivolgersi a lui?

- Ho detto chiunque abbia la mente precisa di uno scienziato. Ma quando si viene alle cose pratiche, tutti riconoscono che lei è unico. Spero, signore, di non averla involontariamente...

- Un pochino», - rispose Holmes. - Credo, dottor Mortimer, che farebbe bene a raccontarci, senza ulteriori indugi e in parole chiare, qual è l'esatta natura del problema per cui lei richiede il mio aiuto.

 

 

Capitolo secondo. La maledizione dei Baskerville

 

- Ho in tasca un manoscritto, - disse il dottor Mortimer.

- L'ho notato quando è entrato, - rispose Holmes.

- Si tratta di un manoscritto antico.

- Inizi del XVIII secolo, se non è un falso.

- Come può dirlo?

- Per tutta la durata della sua conversazione, me ne ha lasciato sottocchio un paio di pollici. Sarei un esperto ben da poco se non fossi in grado di datare un documento entro l'arco di un decennio. Forse lei ha avuto occasione di leggere la mia piccola monografia sull'argomento. Lo farei risalire al 1730.

- La data esatta è 1742. Il dottor Mortimer lo tirò fuori dalla tasca. -Questo documento di famiglia mi fu affidato da Sir Charles Baskerville, la cui improvvisa e tragica morte circa tre mesi fa creò tanto scalpore nel Devonshire. Posso dire che ero suo amico personale, oltre che suo medico. Era un uomo molto risoluto, signore, astuto, pratico e, come me, totalmente privo d'immaginazione. Pure, prese questo documento molto seriamente e, in cuor suo, era preparato a fare la fine che poi ha fatto.

Holmes tese la mano a prendere il manoscritto, spianandolo sulle ginocchia.

- Noterà, Watson, - disse, -l'uso alternativo della s lunga e di quella breve. È una delle molte caratteristiche che mi hanno permesso di fissarne la data.

Da sopra le sue spalle, osservai la carta ingiallita e il testo sbiadito. In alto c'era scritto: «Baskerville Hall» e sotto, in larghi caratteri disordinati: «1742».

- Sembrerebbe una dichiarazione.

- Infatti, è una dichiarazione che si riferisce a una certa leggenda che si tramanda nella famiglia Baskerville.

- Ma, se ho ben capito, lei vuole consultarmi per qualcosa di più attuale e pratico, non è così?

- Una faccenda estremamente attuale. Ed estremamente pratica, che dev'essere decisa entro ventiquattr'ore. Ma il manoscritto è breve e intimamente collegato al caso. Col suo permesso, glielo leggerò.

Holmes si adagiò in poltrona, unì le punte delle dita e chiuse gli occhi, con aria rassegnata. Il dottor Mortimer girò il manoscritto verso la luce e con voce alta e stridula lesse il seguente racconto di un tempo andato:

«Molto è stato detto circa l'origine del Mastino dei Baskerville ma, poiché discendo in linea diretta da Hugo Baskerville e la storia mi è stata raccontata da mio padre, che, a sua volta, l'aveva sentita dal proprio padre, la riporto con la piena convinzione che si sia verificata come qui appresso narrato. E voglio che voi crediate, figli miei, che la stessa Giustizia che punisce il peccato può anche generosamente perdonarlo, e che nessuna condanna è così grave che la preghiera e il pentimento non possano rimuoverla. Imparate dunque da questa storia a non temere i frutti del passato ma piuttosto ad essere cauti in futuro, così che le torbide passioni per cui la vostra famiglia ha tanto sofferto non debbano nuovamente scatenarsi per distruggerci.

Sappiate dunque che all'epoca della Grande Rivolta (la cui storia, scritta dall'erudito Lord Clarendon raccomando vivamente alla vostra attenzione), del Maniero dei Baskerville era signore un Hugo di tal nome, né si può negare che fosse uomo sregolato, sacrilego e senzadio. Il che, in verità, i suoi vicini avrebbero potuto perdonare, dato che i santi non sono mai fioriti da queste parti; ma c'era in lui qualcosa di così dissoluto e crudele che il suo nome divenne proverbiale in tutto l'ovest. Caso volle che questo Hugo si innamorò (ammesso che a una passione così tenebrosa come la sua possa darsi un nome così luminoso) della figlia di un piccolo proprietario terriero le cui terre erano vicine alla proprietà dei Baskerville. Ma la fanciulla, riservata e da tutti stimata, continuava ad evitarlo, temendone la malvagia reputazione. Successe quindi che a una Festa di S. Michele questo Hugo, con cinque o sei compari della sua risma, raggiunse di nascosto la fattoria e rapì la fanciulla mentre il padre e i fratelli, come lui ben sapeva, erano fuori, al lavoro. Portata alla Hall, la fanciulla fu chiusa in una camera al piano superiore mentre dabbasso Hugo e i suoi amici iniziarono a gozzovigliare, come ogni sera. La povera ragazza stava per impazzire ai canti, alle grida sguaiate e alle spaventose bestemmie che salivano fino a lei dal basso - si diceva, infatti, che il linguaggio di Hugo Baskerville, quando era ubriaco, sarebbe stato sufficiente a far cadere fulminato chi lo usava. Alla fine, terrorizzata, la fanciulla fece ciò che avrebbe intimorito anche l'uomo più coraggioso o più agile: aggrappandosi ai rami di un'edera che coprivano (e coprono tuttora) il muraglione a sud, si calò giù da sotto il tetto e corse a casa attraverso la brughiera, percorrendo le tre leghe che separavano il castello dalla fattoria paterna.

Accadde che, poco dopo, Hugo lasciò i suoi ospiti con l'intenzione di portare cibo e bevande - o forse anche con intenzioni peggiori - alla sua prigioniera e trovò la gabbia vuota e l'uccellino scappato. Sembra che, allora, quasi invasato dal demonio, si precipitasse per le scale ed entrasse nella sala da pranzo. Saltò sul grande tavolo, facendo volare in aria piatti e boccali e, davanti a tutta la compagnia, gridò che quella notte stessa avrebbe ceduto l'anima e il corpo alle Potenze Infernali se lo avessero aiutato a raggiungere la ragazza. E mentre i convitati, interrotta la loro gozzoviglia, rimanevano impietriti davanti a quella furia, uno fra i più malvagi, o forse più ubriachi, fra loro urlò che avrebbero dovuto sguinzagliarle appresso i mastini. Al che Hugo corse fuori, gridando agli stallieri di sellargli la cavalla e far uscire i segugi dal canile; dopo aver fatto annusare ai cani un fazzoletto della ragazza, li scatenò sulla traccia e la muta cominciò a correre a perdifiato sotto la luna, attraverso la brughiera.

Per un po' gli amici rimasero interdetti senza capire quello che era successo così in fretta. Poi le loro menti confuse si resero improvvisamente conto di quanto stava per succedere sulla brughiera. E allora fu tutto un gridare, chi ordinava le pistole, chi i cavalli, chi un altro boccale di vino. Ma, alla fine, tornò in essi un barlume di buon senso e tutta la brigata, tredici in tutto, montò a cavallo e si lanciò all'inseguimento. La luna splendeva chiara nel cielo ed essi galoppavano in gruppo lungo il percorso che la fanciulla doveva aver seguito per raggiungere la propria casa.

Avevano percorso un miglio o due quando, sulla brughiera, incontrarono uno dei pastori che custodiva le greggi di notte e gli chiesero se avesse visto passare cani e cavaliere. Ma l'uomo, così si racconta, era talmente inebetito dalla paura che non riusciva a parlare; alla fine disse che sì, aveva visto la sfortunata fanciulla e i segugi sulle sue tracce. "Ma ho visto dell'altro", raccontò, "perché Hugo Baskerville mi è passato accanto sulla sua cavalla nera e dietro di lui, in silenzio, correva un mastino infernale che Dio non voglia debba mai trovarsi alle mie calcagna." Gli uomini ubriachi rovesciarono sul pastore un torrente di maledizioni e continuarono la galoppata. Ma ben presto si sentirono gelare il sangue nelle vene; si udì un tambureggiare di zoccoli attraverso la brughiera e la cavalla nera, spruzzata di bava bianca, sfrecciò accanto a loro, con le redini a terra e la sella vuota. Allora quegli uomini si strinsero l'uno accanto all'altro, perché un profondo terrore si era impadronito di loro, ma proseguirono l'inseguimento pur se ognuno di essi, preso individualmente, sarebbe stato ben contento di voltare il cavallo e tornarsene indietro. Con i cavalli ormai quasi al passo raggiunsero finalmente la muta dei cani. Quelle bestie, pur famose per razza e coraggio, se ne stavano raggruppate uggiolando sull'orlo di un profondo dirupo, un goyal, come lo chiamiamo noi, che si apriva nella brughiera, alcune strisciando indietro, altre col pelo ritto e gli occhi spalancati a guardar giù nella stretta valle che si apriva dinnanzi ad esse.

Gli uomini si erano fermati, molto più sobri, come potete immaginare, di quando erano partiti. Quasi nessuno se la sentiva di fare un passo avanti ma tre di loro, i più spavaldi, o forse i più ubriachi, scesero col cavallo nel goyal. Il dirupo terminava in un'ampia radura dove c'erano due di quegli enormi massi, che ancora oggi si possono vedere, messi lì da popolazioni ormai dimenticate, nella notte dei tempi. La luna illuminava la radura e, al centro, giaceva l'infelice fanciulla, lì dove era caduta stremata dal terrore e dalla stanchezza. Ma non fu la vista del suo corpo, né quella del corpo di Hugo Baskerville, steso accanto a lei, che fece drizzare i capelli in testa a quei tre bravacci temerari: accanto al corpo di Hugo, con le zanne ancora affondate nella gola sbranata, c'era un essere orrendo, un'enorme bestia nera, simile a un mastino ma assai più grande di qualsiasi mastino si sia mai visto al mondo. E mentre lo guardavano sbigottiti, quella creatura dilaniò con uno strappo la gola di Hugo Baskerville volgendo verso di loro gli occhi fiammeggianti e le fauci grondanti sangue. A quella vista i tre, con un urlo di raccapriccio, spronarono i cavalli e si lanciarono, ancora urlando, a briglia sciolta per la brughiera. Si dice che uno di essi morì quella stessa notte per ciò che aveva visto e gli altri due rimasero dei relitti umani per il resto dei loro giorni.

Questa, figli miei, è la storia di come sia giunto qui da noi il mastino che, si dice, ha così duramente perseguitato la nostra famiglia da allora in poi. L'ho scritta perché ciò che si conosce incute meno terrore di ciò che si sente sussurrare o si immagina. Né si può negare che molti membri della nostra famiglia siano morti di una morte improvvisa cruenta e misteriosa. Ma possiamo sempre cercare rifugio nell'infinita bontà della Provvidenza che non vorrà continuare per sempre a punire gli innocenti dopo la terza o la quarta generazione, come è minacciato nelle Sacre Scritture. A quella Provvidenza, figli miei, io qui vi affido, e vi consiglio di essere prudenti e di non attraversare mai la brughiera in quelle ore oscure quando si scatenano le potenze delle tenebre.

[Da Hugo Baskerville ai suoi figli Rodger e John, con l'ordine di non farne mai parola alla loro sorella Elizabeth.]»

 

Quando ebbe terminato di leggere questo strano racconto, il dottor Mortimer si alzò gli occhiali sulla fronte e guardò Holmes. Il quale Holmes sbadigliò, gettando nel fuoco il mozzicone della sigaretta.

- Ebbene? - chiese poi.

- Non lo trova interessante?

- Forse per un collezionista di favole.

Il dottor Mortimer tirò fuori di tasca un giornale piegato.

- Allora, signor Holmes, le daremo qualcosa di un po' più recente. Questo è il Devon County Chronicle del 14 maggio di quest'anno. È un breve riassunto di quanto emerso in occasione della morte di Sir Charles Baskerville, avvenuta pochi giorni prima di quella data.

Il mio amico si sporse un po' in avanti facendosi attento. Il nostro visitatore si rimise gli occhiali e lesse:

La recente, improvvisa scomparsa di Sir Charles Baskerville, di cui si è fatto il nome come probabile candidato liberale per il Mid-Devon alle prossime elezioni, ha gettato un'ombra di sconforto su tutta la contea. Anche se Sir Charles risiedeva a Baskerville Hall da un tempo relativamente breve, la sua amabilità e la sua estrema generosità gli avevano conquistato l'affetto e il rispetto di tutti coloro che avevano avuto occasione di incontrarlo. In quest'epoca di nouveaux riches, era consolante vedere come il rampollo di una nobile famiglia della contea, decaduta a seguito di giorni oscuri, fosse stato capace di farsi da solo una fortuna e di essere tornato per riportare il casato al suo antico splendore. Come tutti sanno, Sir Charles realizzò ingenti somme con le sue speculazioni in Sud Africa. Più saggio di coloro che continuano a tentar la fortuna fino a quando essa volta loro le spalle, egli convertì i suoi guadagni in denaro liquido che riportò con sé in Inghilterra. Solo da due anni si era insediato a Baskerville Hall e tutti conoscono i suoi progetti di ricostruzione e migliorie che la morte ha bruscamente interrotto. Non avendo figli, era sua dichiarata intenzione che, finché era vivo, l'intera contea beneficiasse della sua fortuna e sono molti quelli che avranno motivi personali per piangere la sua prematura scomparsa. In queste stesse pagine, abbiamo sovente dato notizia delle sue generose donazioni a opere di carità locali e di contea.

Non si può affermare che le circostanze relative alla morte di Sir Charles siano state interamente chiarite all'inchiesta; ma, quanto meno, si è fatto il possibile per dissipare e mettere a tacere le voci messe in giro dalla superstizione locale. Non c'è alcun motivo per sospettare l'intervento di agenti esterni o per immaginare che la sua morte sia stata dovuta ad altre cause che non quelle naturali. Sir Charles era vedovo e, a quanto si diceva, una persona piuttosto eccentrica. Malgrado la sua considerevole ricchezza, era un uomo di gusti semplici e la servitù di Baskerville Hall si componeva unicamente di una coppia di coniugi, certi Barrymore; il marito fungeva da maggiordomo e la moglie da governante. La loro testimonianza, corroborata da quella di numerosi amici, sta ad indicare che, da un po' di tempo, Sir Charles non godeva di buona salute e soffriva specialmente di qualche affezione cardiaca che si manifestava con pallori improvvisi, affanno, e acute crisi di depressione nervosa. In tal senso ha anche testimoniato il dottor James Mortimer, amico e medico curante del defunto.

Le circostanze della morte sono semplici. Sir Charles Baskerville aveva l'abitudine ogni sera, prima di coricarsi, di fare una passeggiata lungo il famoso viale dei cipressi di Baskerville Hall. Questa sua abitudine è emersa dalla testimonianza dei Barrymore. Il quattro maggio Sir Charles aveva manifestato la sua intenzione di recarsi a Londra il giorno seguente e aveva ordinato a Barrymore di preparargli la valigia. Quella sera uscì come al solito per la sua passeggiata, durante la quale fumava sempre un sigaro. Non fece mai ritorno.

A mezzanotte Barrymore, trovando la porta ancora aperta, si allarmò e, accendendo una lanterna, andò in cerca del padrone. Era stata una giornata umida e non fu difficile seguire le impronte di Sir Charles lungo il viale. A metà circa di questo viale c'è un cancello attraverso cui si raggiunge la brughiera. Si vedeva che Sir Charles aveva sostato per un po' in quel punto. Poi aveva continuato a camminare lungo il viale e fu alla fine di esso che il corpo venne trovato. Un fatto inspiegabile è quello indicato da Barrymore nella sua testimonianza, e cioè che, a partire dal cancello della brughiera, le impronte di Sir Charles apparivano diverse e sembrava che, da quel punto in poi, avesse camminato in punta di piedi. Uno zingaro mercante di cavalli, un certo Murphy, si trovava in quel momento poco distante nella brughiera, ma a quanto pare la sua confessione è poco attendibile in quanto l'uomo era ubriaco. Dichiara di aver sentito delle grida, ma non sa indicare da che parte provenissero. Il corpo di Sir Charles non presentava segni di violenza e, anche se il dottor Mortimer parlò di lineamenti distorti in maniera quasi incredibile - tanto che, in un primo tempo, rifiutò di credere che quello che giaceva a terra fosse proprio il suo amico e paziente - venne successivamente spiegato che tale distorsione è un sintomo non insolito in casi di dispnea e di decesso per arresto cardiaco. Questa spiegazione fu avallata dall'autopsia che rivelò una malattia organica di lunga data; pertanto la giuria emise un verdetto che collimava con i referti medici. E meglio così perché, ovviamente, è molto importante che l'erede di Sir Charles si insedi alla Hall per continuare il buon lavoro così tristemente interrotto. Se il prosaico referto del coroner non avesse messo fine alle voci fantasiose sparse dalla gente in merito alla morte di Sir Charles, sarebbe stato difficile trovare un inquilino per Baskerville Hall. Sembra che il parente più prossimo sia il signor Henry Baskerville, se è ancora vivo, figlio del fratello minore di Sir Charles. Le ultime notizie lo davano in America e in questo momento lo stanno cercando per comunicargli la sua fortuna.

Il dottor Mortimer piegò di nuovo il giornale, rimettendoselo in tasca.

- Questi, signor Holmes, sono i fatti che si conoscono circa la morte di Sir Charles Baskerville.

- La ringrazio, - rispose Holmes, -per aver richiamato la mia attenzione su un caso che senza dubbio presenta aspetti interessanti. All'epoca, avevo visto qualcosa sui giornali ma ero troppo preoccupato per quel piccolo problema dei cammei vaticani e, nella mia ansia di far cosa gradita al Santo Padre, ho trascurato parecchi casi interessanti qui in Inghilterra. Lei dice che questo articolo presenta tutti i fatti conosciuti?

- Sì, è così.

- Allora, mi racconti i fatti che il pubblico non conosce. Si appoggiò allo schienale congiungendo le punte delle dita, con la sua espressione più impassibile e distaccata.

- Così facendo, disse il dottor Mortimer che stava cominciando a dare segni di grande agitazione, -le confiderò quello che non ho confidato a nessuno. Il motivo per cui non ne ho parlato all'inchiesta è che uno scienziato rifugge sempre dal mettersi pubblicamente in una posizione tale che potrebbe avallare la superstizione popolare. Inoltre, come giustamente fa notare il giornale, nessuno sarebbe andato ad abitare a Baskerville Hall se qualcosa ne avesse peggiorato la già macabra reputazione. Per questi due motivi, mi sono sentito giustificato nel dire meno di quanto sapessi, dato che una mia relazione completa non avrebbe portato a niente di buono; ma non c'è motivo perché io non debba essere perfettamente franco con lei.

La brughiera è molto scarsamente popolata e i pochi abitanti che vivono in case limitrofe sono molto legati fra loro. Per questo motivo vedevo tanto spesso Sir Charles Baskerville. Ad eccezione del signor Frankland, di Lafter Hall, e del signor Stapleton, il naturalista, non ci sono persone di cultura nel raggio di molte miglia. Sir Charles era un uomo piuttosto solitario ma la sua malattia creò fra noi una consuetudine, rafforzata da un comune interesse per la scienza. Dal Sud Africa aveva riportato numerose informazioni scientifiche e abbiamo passato insieme molte piacevoli serate discutendo dell'anatomia comparata fra i Boscimani e gli Ottentotti.

Negli ultimi mesi, mi apparve sempre più evidente che il sistema nervoso di Sir Charles era arrivato a un punto di rottura. Si era praticamente convinto della veridicità della leggenda che le ho appena raccontato - al punto che, pur andando a passeggiare sulle sue terre, non sarebbe mai andato sulla brughiera di notte. Per incredibile che possa sembrarle, signor Holmes, era sinceramente convinto che un destino terribile incombeva sulla sua famiglia, e certo le notizie che era in grado di dare sui suoi antenati non erano incoraggianti. Era costantemente perseguitato dall'idea di una qualche presenza spettrale e più di una volta mi chiese se, durante le mie visite notturne ai pazienti, avessi visto qualche strana creatura o avessi sentito l'ululato di un mastino. Mi rivolgeva molto spesso quest'ultima domanda, con voce tremante di ansietà.

Ricordo benissimo di essermi recato una sera a casa sua, circa tre settimane prima dell'evento fatale. Per caso lo trovai sulla porta. Ero sceso dal calessino e gli stavo di fronte quando vidi i suoi occhi guardare fissamente oltre le mie spalle con un'espressione di indicibile orrore. Mi girai di scatto e feci appena in tempo a scorgere qualcosa che mi parve un grosso vitello nero che attraversava l'estremità del viale. Sir Charles era così agitato e spaventato che dovetti andare nel punto in cui era passato l'animale, e cercarlo. Ma dell'animale non c'era traccia e l'incidente sembrò lasciarlo profondamente scosso. Rimasi con lui tutta la sera e fu in quella occasione che, per giustificare il suo turbamento, mi affidò quel racconto che le ho letto quando sono venuto da lei. Le riferisco questo piccolo episodio perché assume una certa importanza vista la tragedia che seguì ma, allora, ero convinto che fosse assolutamente banale e che la sua angoscia era ingiustificata.

Fu dietro mio consiglio che Sir Charles decise di recarsi a Londra. Sapevo che soffriva di cuore e la continua ansia nella quale viveva, per chimerica che ne fosse la causa, stava evidentemente rovinandogli la salute. Pensai che qualche mese di distrazione in città lo avrebbe rimesso a nuovo. Del mio parere fu anche il signor Stapleton, un amico comune, preoccupato come me per le sue condizioni di salute. Ma all'ultimo momento sopraggiunse questa terribile catastrofe.

La notte in cui Sir Charles morì, Barrymore, il maggiordomo, che scoprì il corpo, mi spedì lo stalliere Perkins a cavallo e, dal momento che ero ancora alzato, arrivai a Baskerville Hall entro un'ora dalla disgrazia. Controllai personalmente tutti i fatti emersi all'inchiesta. Seguii le impronte lungo il viale dei cipressi, vidi il punto dove sembrava si fosse fermato, accanto al cancello della brughiera, notai il successivo cambiamento delle impronte, vidi che, sulla ghiaia bagnata, non c'erano altre orme tranne quelle di Barrymore e, infine, esaminai attentamente il corpo che non era stato toccato in attesa del mio arrivo. Sir Charles giaceva bocconi, con le braccia tese in fuori, le dita artigliate al terreno e i lineamenti distorti da una qualche terribile emozione, a un punto tale che stentai a riconoscerlo. Non si vedevano lesioni di alcun genere. Ma all'inchiesta Barrymore ha dichiarato una cosa non vera. Ha detto che non c'erano tracce sul terreno intorno al corpo. Non ne aveva viste. Ma io sì - un po' distanti, ma fresche e nitide.

- Impronte?

- Impronte.

- Uomo o donna?

Il dottor Mortimer ci guardò per un momento con una strana espressione e la sua voce si abbassò fino a divenire quasi un sussurro quando rispose:

- Signor Holmes, erano le impronte di un mastino gigantesco!

 

Читайте продолжение детективной повести Артура Конан Дойля «Собака Баскервилей» (Il mastino dei Baskerville) – глава 3» на итальянском языке. Другие рассказы, повести, романы и т.д. можно читать онлайн в разделе «Книги на итальянском языке».

 

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