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Рассказ «Дома» (Il ritorno del soldato) на итальянском языке

Рассказ «Дома» (Il ritorno del soldato) на итальянском языке – читать онлайн, автор – Эрнест Хемингуэй. Остальные рассказы, которые написал Эрнест Хемингуэй, а также много разных литературных произведений других писателей можно читать онлайн в разделе «Книги на итальянском».

Тем, кто изучает итальянский язык по фильмам и видеоурокам, будет интересен раздел «Фильмы и видеоуроки на итальянском языке».

Для тех, кто хочет учить итальянский язык с преподавателем, подробная информация есть на странице «Итальянский по скайпу».

 

Теперь переходим к чтению рассказа «Дома» (Il ritorno del soldato) на итальянском языке, автор – Эрнест Хемингуэй.

 

Capitolo VII

 

Mentre i cannoni facevano a pezzi la trincea di Fossalta, lui giaceva schiacciato al suolo e sudava e pregava oh gesù cristo fammi uscire di qui. Gesù caro ti prego fammi uscire. Cristo ti prego ti prego ti prego cristo. Se riuscirai a impedire che mi ammazzino farò tutto quello che dici. Credo in te e dirò a tutti quelli che conosco che sei l'unico che conta. Ti prego ti prego gesù caro. Il cannoneggiamento si spostò lungo la linea. Ci mettemmo a rabberciare la trincea e al mattino spuntò il sole e la giornata fu calda e afosa e tranquilla e silenziosa. La sera dopo, tornato a Mestre, non parlò di Gesù alla ragazza della Villa Rossa con la quale andò su in camera. E non ne parlò mai a nessuno.

 

Il ritorno del soldato

 

Krebs partì per la guerra da una scuola metodista del Kansas. C'è una foto che lo mostra in mezzo ai suoi compagni, tutti con un colletto esattamente della stessa altezza e della stessa foggia. Si arruolò nei marines nel 1917 e rientrò negli Stati Uniti solo dopo il ritorno della seconda divisione dal Reno, nell'estate del 1919.

C'è una foto che lo mostra sul Reno con due ragazze tedesche e un altro caporale. Krebs e il caporale sembrano infagottati in due divise troppo strette per loro. Le ragazze tedesche non sono belle.

Nella foto il Reno non si vede.

Quando Krebs tornò nella sua città natale, in Oklahoma, i festeggiamenti degli eroi erano finiti. Era arrivato troppo tardi.

Gli uomini della città che erano stati richiamati avevano tutti ricevuto, al ritorno, entusiastiche accoglienze. C'era stata una bell'ondata d'isterismo. Poi era cominciata la reazione. La gente sembrava pensare che era piuttosto ridicolo, per Krebs, tornare così tardi, anni dopo che la guerra era finita.

All'inizio Krebs, che era stato nel bosco di Belleau, a Soissons, nella Champagne, a Saint-Mihiel e nelle Argonne, non aveva nessuna voglia di parlare della guerra. Più tardi sentì il bisogno di parlarne, ma nessuno aveva voglia di ascoltare. La sua città aveva già sentito troppe storie di atrocità per entusiasmarsi davanti a fatti veri. Krebs scoprì che per farsi ascoltare doveva mentire, e dopo che l'ebbe fatto un paio di volte anche lui provò un senso di repulsione per la guerra e per i discorsi sulla guerra. Le bugie che aveva raccontato lo riempirono di disgusto per tutto ciò che gli era accaduto in guerra. Tutti i momenti che, a pensarci, avevano potuto infondergli calma e lucidità; i momenti già così lontani in cui aveva fatto l'unica, la sola cosa che si dovesse fare, con facilità e con naturalezza, quando avrebbe potuto farne un'altra; questi momenti perdevano ormai la loro serena, preziosa qualità, e poi si perdevano anch'essi.

Le sue bugie erano trascurabilissime e consistevano nell'attribuirsi cose viste, fatte o udite da altri, e nell'esporre come se fossero veri certi apocrifi episodi noti a tutti i soldati.

Nella sala bigliardi non facevano scalpore nemmeno le bugie. Le sue storie non facevano rabbrividire i conoscenti, che avevano sentito racconti minuziosi di tedesche trovate incatenate alle mitragliatrici nella foresta delle Argonne e che non riuscivano a interessarsi, o ai quali il patriottismo impediva di appassionarsi, di mitraglieri tedeschi che non fossero incatenati.

Krebs si sentì nauseato da tutte le esperienze che sono il prodotto della menzogna o dell'esagerazione, e quando di tanto in tanto incontrava un altro uomo che era stato veramente un soldato e chiacchieravano per qualche minuto nel guardaroba di una sala da ballo assumeva la facile posa del vecchio soldato in mezzo ad altri soldati: che aveva sempre avuto una fifa maledetta, da morire. Così non ebbe più nulla.

Durante questo tempo, era la tarda estate, rimaneva a letto fino a tardi, si alzava e andava in centro, in biblioteca, a prendere un libro, consumava il pranzo a casa, leggeva sulla veranda anteriore fino a non poterne più e poi attraversava a piedi la città per passare le ore più calde della giornata nella fresca penombra della sala bigliardi. Adorava giocare a bigliardo.

La sera si esercitava al clarinetto, faceva quattro passi, leggeva e andava a letto. Per le due sorelle minori era sempre un eroe. Sua madre gli avrebbe portato la colazione a letto, se avesse voluto.

Spesso entrava quando lui era ancora a letto e gli chiedeva di parlarle della guerra, ma si distraeva facilmente. Suo padre evitava di pronunciarsi.

Prima di partire per la guerra Krebs non aveva mai avuto il permesso di guidare la macchina dei genitori. Suo padre era un agente immobiliare e voleva che la macchina fosse sempre a sua disposizione quando gli serviva per portar fuori i clienti e mostrargli questa o quell'azienda agricola. La macchina era sempre parcheggiata davanti alla sede della First National Bank, dove suo padre aveva un ufficio al primo piano. Adesso, dopo la guerra, era sempre la stessa macchina.

In città non c'era nulla di cambiato tranne il fatto che le ragazze erano diventate grandi. Ma vivevano in un mondo così complicato di preordinate alleanze e di mutevoli ostilità che Krebs non si sentiva né l'energia né il coraggio necessari per entrarvi. Gli piaceva guardarle, però. C'erano tante belle ragazze. Avevano quasi tutte i capelli corti. Quando lui era partito, solo le bambine portavano i capelli così, o le ragazze allegre. Portavano tutte maglioni e camicette dal colletto rotondo. Era la moda. Krebs le guardava volentieri dalla veranda anteriore mentre passavano sull'altro marciapiede. Gli piaceva guardarle passeggiare all'ombra degli alberi. Gli piacevano i colletti rotondi sopra i maglioni. Gli piacevano le loro calze di seta e le scarpe senza tacco. Gli piacevano i loro capelli corti e il loro modo di camminare.

Quando era in città l'attrazione che esercitavano su di lui non era molto forte. Non gli piacevano quando le vedeva nella gelateria del greco. La verità era che non le voleva proprio. Erano troppo complicate. Ma c'era un'altra cosa. Vagamente desiderava una ragazza, ma non voleva dover faticare per averla. Gli sarebbe piaciuto avere una ragazza, ma non voleva dover sprecare troppo tempo per conquistarla. Non voleva impegolarsi negli intrighi e nelle macchinazioni. Non voleva doverle corteggiare. Non voleva dire altre bugie. Non ne valeva la pena.

Non voleva complicazioni. Non voleva mai più complicazioni. Voleva vivere senza complicazioni. Inoltre, non aveva veramente bisogno di una ragazza. Questo glielo aveva insegnato l'esercito. Era giusto comportarsi come se non si potesse far a meno di avere una ragazza.

Quasi tutti facevano così. Ma non era vero. Non avevi bisogno di una ragazza. Questo era il buffo. Prima uno si vantava che per lui le ragazze non volevano dir nulla, che non ci pensava mai, che non sapeva che farsene. Poi uno si vantava di non poterne fare a meno, di doverne avere sempre una, di non riuscire a prender sonno senza di loro.

Erano tutte bugie. Erano tutte bugie, le une e le altre. Non avevi bisogno di una ragazza se non ci pensavi. Questo Krebs aveva imparato sotto le armi. Poi, presto o tardi, ne trovavi sempre una. Quando eri proprio maturo per avere una ragazza ne trovavi sempre una. Non ci dovevi pensare. Presto o tardi sarebbe andata così. Questo Krebs lo aveva imparato sotto le armi.

Gli sarebbe piaciuta, una ragazza, se avesse preso lei l'iniziativa e poi se ne fosse stata zitta. Ma lì a casa era tutto troppo complicato. Krebs sapeva di non poter rifare l'esperienza. Non ne valeva la pena. Ecco il bello delle francesi e delle tedesche. Non c'erano tutti questi discorsi. Non potevi parlare molto e non avevi bisogno di farlo. Era semplice e si diventava amici. Prima pensò alla Francia e poi si mise a pensare alla Germania. Tutto sommato, gli era piaciuta di più la Germania. Non voleva lasciare la Germania. Non voleva tornare a casa. Eppure ci era tornato. Era seduto sulla veranda anteriore.

Gli piacevano le ragazze che passeggiavano sull'altro marciapiede.

Il loro aspetto gli piaceva più di quello delle francesi o delle tedesche. Ma il mondo in cui vivevano non era il mondo in cui viveva lui. Gli sarebbe piaciuto averne una. Ma non ne valeva la pena.

Avevano una forma così bella. La forma gli piaceva. Era eccitante. Ma Krebs non avrebbe resistito a tutte quelle chiacchiere. Non ne aveva un bisogno così disperato. Gli piaceva guardarle tutte, però. Non ne valeva la pena. Non ne valeva la pena, ora che le cose stavano rimettendosi a posto.

Rimase là seduto sulla veranda a leggere un libro sulla guerra. Era un libro di storia e lui stava leggendo di tutti i combattimenti ai quali aveva partecipato. Era la lettura più interessante che avesse mai fatto. Avrebbe voluto che ci fossero più cartine. Pensava con piacere a tutte le storie veramente ben fatte che avrebbe potuto leggere quando fossero uscite, con buone carte particolareggiate. Ora stava davvero imparando qualcosa della guerra. Era stato un buon soldato. Questo era l'importante.

Un mattino, circa un mese dopo il suo ritorno, sua madre entrò in camera sua e si mise a sedere sul letto. Si lisciò il grembiule.

- Ieri sera ho parlato con tuo padre, Harold, - disse, -ed è pronto a lasciarti la macchina, la sera.

- Sì? - disse Krebs, che non era completamente sveglio. -A lasciarmi la macchina? Sì?

- Sì. Già da qualche tempo tuo padre voleva dirti di prendere la macchina, la sera, quando lo desideri, ma ne abbiamo parlato soltanto ieri sera.

- Scommetto che è stata un'idea tua, - disse Krebs.

- No. È stato tuo padre a chiedermi di parlarne.

- Già. Scommetto che sei stata tu a convincerlo, - disse Krebs mettendosi a sedere sul letto.

- Vieni giù a far colazione, Harold? - disse sua madre.

- Appena mi sarò vestito, - disse Krebs.

Sua madre uscì dalla stanza e lui la sentì friggere qualcosa giù da basso mentre si lavava, si faceva la barba e si vestiva per scendere in sala da pranzo a fare colazione. Mentre stava facendo colazione sua sorella entrò con la posta.

- Be', Hare, - disse. -Vecchio dormiglione. Cosa ti alzi a fare?

Krebs la guardò. Gli piaceva. Era la sua sorella preferita.

- Hai il giornale? - domandò.

Lei gli porse «The Kansas City Star» e lui lo sfilò dalla fascetta marrone e lo aprì alla pagina dello sport. Piegò il giornale e lo appoggiò alla brocca dell'acqua tenendolo fermo col suo piatto di fiocchi d'avena, in modo da poter leggere mentre mangiava.

- Harold, - disse sua madre dalla porta della cucina, -Harold, per piacere, non spiegazzare il giornale. Tuo padre non può leggere il suo Star se qualcuno lo ha messo sottosopra.

- Non lo sciuperò, - disse Krebs.

Sua sorella sedette a tavola e lo guardò mentre leggeva.

- Oggi pomeriggio, a scuola, facciamo una partita in palestra, - disse. -Io lancio.

- Bene, - disse Krebs. -Come va il braccio?

- Lancio meglio di tanti maschi. Gli dico tutto quello che mi hai insegnato tu. Le altre femmine non sono granché.

- Sì? - disse Krebs.

- Io dico a tutti che sei il mio ragazzo. Non sei il mio ragazzo, Hare?

- Altroché.

- Non potrebbe tuo fratello essere veramente il tuo ragazzo solo perché è tuo fratello?

- Non so.

- Certo che lo sai. Non potresti essere il mio ragazzo, Hare, se io fossi abbastanza grande e tu lo volessi?

- Certo. Ora sei la mia ragazza.

- Sono davvero la tua ragazza?

- Certo.

- Mi ami?

- Uh, uh.

- Mi amerai sempre?

- Certo.

- Verrai a vedermi giocare in palestra?

- Può darsi.

- Ah, Hare, tu non mi ami. Se mi amassi, ci terresti a venire a vedermi giocare in palestra.

Dalla cucina la madre di Krebs passò in sala da pranzo. Portava un piatto con due uova fritte e un po' di pancetta ben rosolata e un piatto di frittelle di farina di grano saraceno.

- Scappa, Helen, - disse. -Voglio parlare con Harold.

Gli mise davanti le uova e la pancetta e gli portò una caraffa di sciroppo d'acero per le frittelle di farina di grano saraceno. Poi si sedette davanti a lui, di là dal tavolo.

- Vorrei che tu posassi un momento il giornale, Harold, - disse. Krebs prese il giornale e lo piegò.

- Non hai ancora deciso quello che vuoi fare, Harold? - disse sua madre, togliendosi gli occhiali.

- No, - disse Krebs.

- Non credi che sia ora?

Sua madre non aveva cattive intenzioni. Sembrava sinceramente preoccupata.

- Non ci avevo pensato, - disse Krebs.

- Dio assegna a ciascuno il suo lavoro, - disse sua madre. -Non ci possono essere mani inoperose nel Suo Regno.

- Io non sono nel Suo Regno, - disse Krebs.

- Siamo tutti nel Suo Regno.

Krebs provò lo stesso imbarazzo e risentimento di sempre.

- Sono stata tanto in pensiero per te, Harold, - riprese sua madre.

- Conosco le tentazioni alle quali devi essere stato sottoposto. So come sono deboli gli uomini. Ricordo ciò che il vostro povero nonno, mio padre, ci disse della guerra civile e ho pregato per te. Tutto il giorno prego per te, Harold.

Krebs guardò il grasso della pancetta che si rassodava nel piatto.

- Anche tuo padre è preoccupato, - riprese sua madre. -Pensa che tu abbia perso ogni ambizione, che tu non abbia un preciso scopo nella vita. Charley Simmons, che ha la tua età, ha un buon posto e sta per sposarsi. I ragazzi si stanno sistemando tutti; sono tutti decisi a fare qualche passo avanti; vedi bene che i ragazzi come Charley Simmons si preparano a diventare dei pilastri della comunità.

Krebs non disse nulla.

- Non fare quella faccia, Harold, - disse sua madre. -Lo sai che ti vogliamo bene, ed è per il tuo bene che voglio dirti come stanno le cose. Tuo padre non vuole porre ostacoli alla tua libertà. Lui pensa che dovrebbe esserti concesso di guidare la macchina. Se vorrai portarti in giro una ragazza, di quelle perbene, ne saremo contentissimi. Noi vogliamo che tu ti diverta. Ma dovrai metterti al lavoro, Harold. A tuo padre non importa dove deciderai di cominciare. Come dice lui, qualunque lavoro è onorevole. Ma devi cominciare a far qualcosa. Stamattina mi ha chiesto di parlarti, e poi potrai andare a trovarlo in ufficio.

- È tutto? - disse Krebs.

- Sì. Non vuoi bene a tua madre, caro ragazzo?

- No, - disse Krebs.

Di là dal tavolo, sua madre lo guardò. Aveva gli occhi lucidi. Cominciò a piangere.

- Io non voglio bene a nessuno, - disse Krebs.

Non servì a niente. Non poteva dirglielo, non poteva farglielo capire. Che sciocchezza averlo detto.

Le aveva solo fatto del male.

Krebs le si avvicinò e la prese per un braccio. Lei piangeva con la testa tra le mani.

- Non facevo sul serio, - disse. -Ero solo arrabbiato per qualcosa. Non volevo dire che non ti voglio bene.

Sua madre continuò a piangere. Krebs le mise il braccio sulla spalla.

- Non mi credi, mamma?

Sua madre scosse il capo.

- Ti prego, mamma, ti prego. Ti prego di credermi.

- Va bene, - disse sua madre con voce rotta. Alzò lo sguardo a lui.

- Ti credo, Harold. Krebs la baciò sui capelli. Lei alzò il viso a lui.

- Sono tua madre, - disse. -Ti ho tenuto vicino al mio cuore quando eri piccolo così.

Krebs provò un vago senso di nausea.

- Lo so, mammina, - disse. -Cercherò di essere buono. Lo farò per te.

- Non vorresti inginocchiarti e pregare con me, Harold? - chiese sua madre. S'inginocchiarono vicino al tavolo della sala da pranzo e la madre di Krebs pregò.

- Ora prega tu, Harold, - disse.

- Non posso, - disse Krebs.

- Prova, Harold.

- Non posso.

- Vuoi che preghi io per te?

- Sì.

Così sua madre pregò per lui e poi si rimisero in piedi e Krebs baciò sua madre e uscì di casa. Aveva tanto cercato d'impedire alla sua vita di diventare complicata. Eppure, nulla di tutto ciò aveva avuto un qualche effetto su di lui. Gli era dispiaciuto per sua madre e lei lo aveva costretto a mentire. Lui sarebbe andato a trovarsi un lavoro a Kansas City e lei ne sarebbe stata felice. Forse ci sarebbe stata ancora una scenata, prima della partenza. In ufficio da suo padre non ci sarebbe andato. Questo non l'avrebbe fatto. Voleva che la sua vita procedesse senza intoppi. Aveva appena incominciato a procedere così. Be', comunque, ora questa era finita. Sarebbe andato alla scuola di Helen a vedere sua sorella giocare a baseball in palestra.

 

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